Come l’amore per la propria terra sconfigge la mafia

Intervista alla giornalista Marilena Natale, ospite dell'incontro “Tertium Non Datur”

Lo scorso 5 dicembre 2025, l’Aula Magna del Polo Liceale “R. Mattioli” di Vasto si è trasformata in un luogo di ascolto, verità e responsabilità civile, ospitando la tappa locale del Premio Nazionale Paolo Borsellino. In questa occasione, abbiamo avuto il privilegio di intervistare Marilena Natale, giornalista sotto scorta, figura simbolo di impegno e coraggio nella lotta contro la criminalità organizzata. La sua testimonianza, ricca di esperienza e di passione, ha contribuito a sensibilizzare le giovani generazioni sui temi della legalità e dell’indifferenza.

 – Come si tutela oggi una giornalista che si occupa di criminalità organizzata?

Innanzitutto si tutela da sola, stando attenta. Possono poi essere necessarie misure più drastiche, come la scorta, e questo è il mio caso.

-Noi abbiamo letto che ha rinunciato alla scorta. É vero?

Il 10 febbraio 2017 ho avuto la scorta per la prima volta. Quel giorno, anche se non mi hanno sparato, mi hanno ucciso perché mi hanno tolto la libertà. Anche se non la voglio, non posso rinunciare alla scorta perché lo Stato te la impone. Un’ ora al giorno però, violando ogni regola, esco da sola. E uscendo da sola cosa succede? Che offro la possibilità, a chi mi vorrebbe morta, di uccidermi. La mia scorta, con il tempo, è diventata la mia famiglia.

– Le sue inchieste hanno sempre messo in luce dinamiche criminali delicate. Qual è l’aspetto più difficile del suo lavoro?

Restare col sangue freddo. Non è un lavoro facile. Se sei donna ti scontri con un sistema patriarcale come quello mafioso. Una decina di anni fa ho fatto un inchiesta che ha portato alla carcerazione di Nicola Inquieto; andai a finire in Bulgaria per cercare il traffico dei soldi del clan. Pochi giorni fa è diventato collaboratore di giustizia. Sono soddisfazioni, però è tosta.

Avevo 17 anni quando ho iniziato a scrivere e adesso ne ho 53. Ho dedicato la maggior parte della mia vita a dare la caccia ai criminali e ai politici collusi, sinceramente non mi è mai importato niente di fare la giornalista, però amavo la mia terra.

Ognuno di noi in passato avrebbe riconosciuto un mafioso, ma oggi non è più così.

Il boss non è più quello con la coppola e la lupara. Adesso i figli dei mafiosi fanno le migliori università, perciò sono camaleontici, si infiltrano nella società. Per questo parlo con i giovani, per renderli vedette del proprio territorio.

-C’è stato un momento in cui ha pensato di smettere?

No. Anche se ho pensato molto ai miei figli, alla mia famiglia, alla mia vita. Quando diventi così mal voluta, anche andare in un negozio di vestiti diventa complicato. Amo troppo la mia terra per lasciare tutto il mio lavoro, so bene che morirò senza averla mai vista finalmente libera dalla mafia, ma almeno ho tentato tutto e non mi sono mai data per vinta.

-Quale messaggio vuole mandare ai giovani che intendono intraprendere la strada del giornalismo?

Che è una follia ma ne vale la pena. Voglio che i giovani capiscano che per sconfiggere la mafia c’è bisogno che ognuno di noi sconfigga la mafia che ha dentro di sé. Ciò è un invito a rispettare tutte le regole anche le più banali.

Bisogna combattere per la propria terra e ragionare col cuore. A Napoli diciamo che il male torna indietro con gli interessi.

Nicole Manzi

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