Guarda la luce che è in te e ricordati che non sei sola

Rappresentazione teatrale contro la violenza di genere.

Venerdì 28 novembre 2025, presso l’Auditorium del Liceo Artistico di Vasto, abbiamo condiviso un momento di riflessione profondo e necessario attraverso la rappresentazione teatrale “I fiori avranno tempo per me”, un’occasione di impegno civile contro ogni forma di violenza.

Abbiamo conosciuto la storia di Aurora, nome fittizio della donna che ha vissuto 40 anni di violenza psicologica e fisica, e che è riuscita a rinascere intraprendendo un percorso presso il centro antiviolenza “Non sei sola” di Ortona.

Il regista Antonio Tucci, dopo aver ascoltato il suo racconto, un racconto di dolore e di grande desiderio di libertà, ha scelto di condividerlo attraverso l’espressione corporea di Alberta Cipriani e la vera voce (fuori scena) di Aurora.

Lei, fin da piccola, non si sentiva mai al posto giusto; desiderava vivere, vedere, fare. Era sempre considerata inadatta per ogni situazione: non sapeva rifare il letto, piegare il bucato, vestirsi correttamente. Non c’era spazio per i suoi desideri: sua madre voleva sempre vederla in silenzio e, soprattutto, perfetta. Ecco, sua madre la voleva perfetta.

Interessante la scelta di rappresentare la madre attraverso una lampada: quando è accesa, Aurora ha i capelli raccolti in uno chignon, si mette i piatti in testa come a simulare l’equilibrio, ma poi, una volta spenta (dovuto quindi all’assenza della madre), emerge il suo lato ribelle, il suo carattere, un’Aurora folle che suona la chitarra, simulando il gesto con i piatti, che canta, che sale sugli scalini per respirare l’ebbrezza della libertà, della felicità, della spensieratezza.

La luce si riaccende, e quella follia scompare nuovamente.

Un’infanzia dominata dal ricatto, quello della madre, secondo cui era dovere di Aurora obbedire alle sue volontà, e che avrebbe dovuto aspettare qualcuno che l’avrebbe fatta sentire come lei desiderava. Una bambina, poi una ragazza, che doveva convivere con il disprezzo della donna che l’aveva messa al mondo: “sei la mia morte”.

Aurora non si sentiva speciale, ma desiderava esserlo. Non si sentiva bella, ma lo era. Doveva solo trovare qualcuno che glielo facesse capire. E così incontrò lui. Le diceva: “Sei bella… sei intelligente”, le faceva tanti regali, fiori, rose, le dava le attenzioni che desiderava. Pensava di aver trovato una persona che l’amava per quello che era, l’amore della sua vita.

Aurora, in scena, con il sorriso stampato sul volto, raccoglie prima una rosa rossa, poi un fiore viola, uno rosa, uno azzurro, un bouquet. Lo punta verso la pancia, e si fa avanti, gioiosa. Balla, si lascia colpire da esso. Fa una piroetta, e un altro colpo. Un colpo, una freccia d’amore. Fino a quando, quei fiori, non diventano parte di sé, si alimentano e crescono nella sua pancia.

Da quell’ “amore”, infatti, sono nati prima una figlia, poi un figlio, la luce dei suoi occhi. Un amore che ben presto inizia ad appassire, a trasformarsi in tempesta, oscurità, invece che in pace e serenità. Ora il suo compito era fare la mamma.

Ecco che entra in scena una bacinella, che rappresenta ciò che era chiamata a svolgere: le faccende domestiche. La sposta a destra, a sinistra, la porta con sé sulla schiena. Ormai è un peso, ma non può farne a meno. Non riesce a liberarsene. Arriva anche a caderci dentro, rimanendo incastrata. Con fatica cerca di uscire e di liberarsi.

Lui le diceva: “Sei stupida, non capisci niente, ma dove vai vestita così? Chi pensi di essere?” E ancora: “Senza di me, ma dove vuoi andare? Quando parlo io, tu non devi rispondere, devi stare zitta… Non vali niente come moglie… Non contraddirmi, perché è solo colpa tua se mi comporto così. Se tu fossi diversa, tutto questo non accadrebbe. Tu sei sola, non hai nessuno… Non sei capace di fare niente. Sei inutile. Tu, non vali niente”.

Ogni giorno, così, sempre uguale: un chiodo che buca la pelle, perfora, lacera, fino a penetrare nel cuore, e ti porta a pensare di volerla finire.

Aveva i piedi già immersi in acqua, e ogni onda la portava sempre più lontano. Sono state le mani di una ragazzina a darle la forza di lottare, di provare a riprendere in mano la propria vita, di essere madre dei propri figli.

Una mattina, non aveva voglia di litigare, non voleva sentirlo, così decise di scendere le scale e prendere la macchina. Ma lui arrivò come una furia, portando con sé i bambini: dovevano vedere che essere ripugnante era la madre, che scappava. Il dottore, in ospedale, le disse: “Tu, lì, non devi più tornare. Promettilo, perché la prossima volta, arrivi morta.”

Quella sera, approfittando della sua assenza, se ne partì, definitivamente, a piedi.

Aveva sopportato troppo a lungo, quarant’anni in cui tutti cercavano di cancellarla: “Tu devi vivere, devi essere felice. Io merito la mia felicità.”

E così, riuscì a trovare una casa tutta sua, piccola, sì, ma sua, e ci stava bene. Le mancavano i sorrisi dei suoi bambini, ma non era colpa sua, non poteva essere colpa sua, perché lei non avrebbe più rinunciato alla sua vita.

Oggi, Aurora, grazie all’aiuto del centro, sta imparando a conoscersi, ad amarsi tanto da dire: “Io sono la mia famiglia.”

Questa rappresentazione teatrale invita a riflettere sul fatto che, se abbiamo due mani, perché allora cerchiamo instancabilmente di aggrapparci agli altri, di lasciarci guidare, di farci schiacciare? Perché cerchiamo altre mani? Impariamo invece ad amarci e a volerci bene: bastiamoci da soli, come ha fatto Aurora.

Amatevi, abbracciatevi: respingiamo chi vuole schiacciarci e tenerci sotto i piedi, perché abbiamo il diritto di prenderci tutto il bene che la vita ha da offrirci.

Carlotta Russi