In occasione del Giorno della Memoria, gli studenti dei primi tre anni del Polo Liceale R. Mattioli si sono riuniti in Auditorium per la visione del film “La chiave di Sara”.
Il film non è una semplice lezione di storia, ma un racconto che provoca dolore perché mostra la crudeltà delle promesse ingenuamente infrante. La piccola Sara, nel cuore della retata del Vel d’Hiv a Parigi, nasconde il fratellino in un armadio per evitare che anche lui venga preso, lo chiude a chiave e giura che tornerà a prenderlo. In quella chiave, che lei porta con sé per tutto il film, stretta tra le mani, si rappresenta l’innocenza di chi non può nemmeno immaginare ciò che sta per travolgerla. Il film ci costringe a guardare non solo i carnefici dell’esercito, ma anche i vicini di casa che voltano lo sguardo, che occupano gli appartamenti rimasti vuoti, che scelgono di non ascoltare le urla. Ci insegna che la Shoah non si è verificata nel vuoto, ma in un mondo di porte chiuse e silenzi complici.
Questa consapevolezza ci impone di riflettere oltre la retorica della vittima. Dobbiamo avere il coraggio di affrontare la realtà dell’evento: uno dei momenti più atroci della storia, in cui l’omicidio di massa è stato pianificato alla perfezione, seguendo la logica di una catena di montaggio. Non si è trattato di barbarie, ma di una società che ha scelto, per decisione o per indifferenza, di suicidarsi con i propri strumenti: leggi, burocrazia e tecnologia.
Qui il pensiero di Nietzsche diventa un mezzo brutale. In “Al di là del bene e del male”, infatti, egli teorizzava il superamento di una morale vecchia e debole, a favore di una volontà di potenza capace di creare nuovi valori. Sosteneva che l’uomo camminasse, tentando di mantenere l’equilibrio e di non cadere, su una corda tesa tra la scimmia e il divino. Il nazismo ha operato una distorsione atroce di questo concetto, arrivando a convincere un’intera popolazione che, per essere «superuomini», fosse necessario annientare la pietà e le razze “meno pure”, che per loro significava tutte quelle non ariane, considerandole come un cancro. Hanno interpretato il porsi “al di là del bene e del male” non come un’ascensione spirituale, ma come un diritto di decidere chi fosse degno e chi, invece, fosse soltanto un “carico” da eliminare. Hanno trasformato ciò che doveva essere “l’oltreuomo” nell’”uomo della selezione”, colui che poteva decidere il destino di migliaia di persone con un semplice cenno, stando sulla banchina di un treno.
Il sistema dei campi di sterminio ha ridotto l’essere umano a puro materiale. Prima si privava la persona del nome, e con esso dell’identità; poi si toglievano i capelli, simbolo di bellezza da sempre; successivamente i denti d’oro; e infine anche la vita stessa veniva trasformata in fonte di energia gratuita e in cenere per concimare i campi.
L’aspetto più inquietante di tutto ciò ci viene presentato e imposto da Hannah Arendt. Ella afferma che questo orrore, di fatto, non ha richiesto migliaia di mostri sadici, ma è stato sufficiente il semplice concetto di “banalità”. Il male della Shoah è stato alimentato da uomini mediocri, che avevano smesso di pensare. Il colpevole, il carnefice, non è necessariamente un demone che odia; spesso si tratta semplicemente di un burocrate che esegue gli ordini, che organizza gli orari dei treni e i piani con una precisione e una semplicità disarmanti. La Shoah è il risultato di una mancanza di dialogo interiore, di capacità di ragionamento e di consapevolezza delle proprie azioni: quando l’uomo smette di chiedersi “cosa sto facendo?” e inizia banalmente a dire “eseguo gli ordini” o “obbedisco”, la porta verso il disastro è già molto più che aperta.
Riflettere sul film, ripensare a quella storia e a quella bambina innocente con la sua chiave significa comprendere che la Shoah è un monito e una prova eterna di ciò che accade quando si smette di pensare e di ragionare, e le responsabilità vengono delegate a un sistema superiore. Questo non è un evento relegato al 1945, ma una possibilità sempre presente ovunque l’uomo rinunci al proprio giudizio. Solo sentendo il peso di questa verità possiamo dare un vero senso al nostro essere qui oggi. La memoria non è un album di fotografie ingiallite, ma un atto di resistenza quotidiana contro l’indifferenza.
Come si ricorda anche in “La chiave di Sara”: “Quando la storia viene raccontata, diventa qualcos’altro: la storia di chi eravamo e la speranza di chi possiamo diventare”.
Julia Di Paolo
Foto di Jacopo Sallese





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