Il teatro come rifugio

Intervista all'attore e insegnante Paolo Del Peschio

Il teatro è la forma artistica più antica. Nasce ad Atene nel V secolo a.C., dal bisogno di rappresentare il divino e la realtà, oltre a favorire l’educazione e la critica sociale e politica collettiva. Con il passare dei secoli, si è sviluppato fino ai giorni nostri, trasformandosi attraverso le società e diventando lo specchio degli ideali di ogni epoca, suscitando emozioni e stimolando la riflessione sia negli attori che nel pubblico.

Da ragazza che pratica teatro nella compagnia teatrale “Teatro del Sangro”, diretta da Stefano Angelucci Marino e Rossella Gesini, recentemente riconosciuta dal Ministero della Cultura come Centro di Produzione Teatrale, ho avuto il piacere di intervistare l’attore e insegnante Paolo Del Peschio.

Prima di una lezione presso la sede di Teatro Studio a Vasto, Del Peschio ha risposto ad alcune domande, offrendo spunti interessanti sul suo percorso e sul mondo del teatro.

Che cos’è per te il teatro? E come nasce la tua passione?

Il teatro rappresenta soprattutto un’occasione di stare insieme in diversi momenti, dai più difficili ai più esilaranti. La mia passione nasce in giovane età, intorno ai quindici anni, grazie all’esperienza teatrale scolastica. Quell’ anno portammo in scena ‘Otello’ di William Shakespeare, e in quel mondo trovai qualcosa di diverso dal semplice studio: un’esperienza che arricchisce e eleva lo spirito.

Secondo te, perché oggi è importante fare teatro?

 Credo che oggi più che mai sia importante fare teatro. In un’epoca dominata dai social media, il teatro si conferma come un elemento imprescindibile per il tessuto sociale. Le nuove generazioni, infatti, si allontanano sempre più dal contatto diretto e autentico, preferendo lo schermo alle interazioni faccia a faccia. In questo scenario, il teatro si propone come un antidoto, riscoprendo il valore del rapporto tra persone reali e andando oltre gli schermi e le routine scolastiche, per riaccendere il senso di comunità e di presenza.

Cosa vorresti trasmettere ai tuoi allievi?

L’obiettivo che voglio trasmettere ai miei allievi, oltre alla leggerezza del vivere, è il valore del lavoro di squadra.   Attraverso il mio metodo, cerco di far capire che il vero protagonista di uno spettacolo non è il personaggio, bensì la storia stessa, che viene portata in scena collettivamente. Questo approccio mira anche a far riflettere i giovani sul loro ruolo nel mondo: non al centro di tutto, ma parte di un insieme coordinato, in cui il successo deriva dalla collaborazione e dall’ascolto reciproco.

Cosa rappresenta per te Teatro Studio? E se dovessi descriverlo con una sola parola quale sceglieresti e perché?

Teatro Studio per me è sicuramente un ‘rifugio’, anche se questa cosa l’ho compresa di più quando sono diventato insegnante. Vedo molti ragazzi che pur non venendo da situazioni familiari gravi, nel teatro trovano un posto sicuro dove rifugiarsi.

Se dovessi descrivere il Teatro Studio con una parola, forse sarebbe quella più ovvia, ma la prima che mi viene in mente è “divertimento”, che, dopotutto, è una conseguenza del sentirsi bene insieme.

Chiara Sassi

Foto di Gabriele Scarpone