La scelta di donare: intervista alla dottoressa Arianna Carnevale

Intervista alla dottoressa Arianna Carnevale dirigente medico del reparto di Dialisi dell'Ospedale San Pio di Vasto.

Il 15 gennaio 2026, il Polo Liceale “R. Mattioli” di Vasto ha promosso un incontro formativo incentrato sulla donazione degli organi (link all’articolo https://www.liceoscientificovasto.edu.it/2026/01/17/la-scelta-di-donare-gli-eroi-del-dono-nascono-a-scuola/) . Dopo il convegno, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare la dottoressa Arianna Carnevale, dirigente medico del reparto di Dialisi dell’Ospedale San Pio di Vasto.

Come ex alunna del Polo Liceale Mattioli, cosa sente di consigliare agli studenti che desiderano
intraprendere la carriera medica, ma ancora indecisi sulla specializzazione?
Ricordo di aver maturato la consapevolezza di voler intraprendere la carriera medica al quarto anno di Liceo. Non
avevo ancora un’idea ben precisa di quale dovesse essere la mia specializzazione, ma l’interesse per le materie scientifiche e nello specifico per la branca medica erano l’unica certezza. Il mio consiglio per gli studenti che vogliono approcciarsi all’Università di Medicina e Chirurgia è quella di essere prima di tutto motivati, perché il percorso è lungo e faticoso, pieno di sacrifici e solo la passione per lo studio, la determinazione e la voglia di diventare un giorno un medico, vi aiuteranno a terminare i 6 lunghi anni di studi. In merito alla scelta della specializzazione, ho visto tanti colleghi al I anno di Medicina partire con un’idea ma scegliere poi una branca completamente diversa al termine degli studi; io stessa ho cambiato idea durante il mio percorso. Pertanto a voi che deciderete di intraprendere questo “viaggio”, non preoccupatevi: mano a mano che verrete a contatto con le varie branche mediche e soprattutto quando inizierete il tirocinio ospedaliero, capirete quale sarà la vostra strada.

– La dialisi è spesso vista come un ponte verso il trapianto. Come viene gestita l’attesa del paziente e quali sono, ad oggi, in Italia, i principali ostacoli che rallentano il numero di trapianti?
Il paziente in dialisi è uno dei pazienti più complessi da gestire: è un malato cronico, che effettua periodicamente
prelievi ed esami, che si reca continuamente in ospedale per curarsi..ma che allo stesso tempo vive nell’attesa di un
trapianto. Oltretutto, non tutti i pazienti in dialisi possono essere inseriti in una lista d’attesa, perchè devono effettuare in primis una serie di accertamenti (oltre 20 tra esami e visite specialistiche) che ne valutino l’idoneità clinica e chirurgica all’intervento: in altre parole il paziente non deve avere problematiche che siano incompatibili con il trapianto e deve essere nelle condizioni di poter affrontare un intervento chirurgico, che non è una passeggiata!
Una volta superato tutto ciò e inserito il paziente in questa fatidica “lista d’attesa”, purtroppo l’iter non è terminato, in quanto la lista non è “statica”: se dovessero comparire problemi temporanei (infezioni, ricoveri, interventi) il paziente potrebbe essere temporaneamente sospeso e poi riattivato dopo una rivalutazione. Questo è uno dei motivi per cui i centri trapianti insistono su follow-up regolari durante l’attesa (esami, controlli, vaccinazioni, ottimizzazione clinica).
Vi lascio immaginare lo stato d’animo di questi pazienti, che vedono le loro vite appese ad un filo, con l’ansia di dover affrontare svariati esami e visite senza mai avere la certezza che tutto questo sia sufficiente a ricevere un trapianto. E per noi, che siamo accanto al paziente in questo cammino incerto, il compito più difficile è sostenere la speranza senza che si trasformi in illusione.
Una volta che il paziente riceve il trapianto, inizia la sua nuova vita. Una vita fatta di continui controlli per assicurarsi che non si siano sviluppate delle complicanze.. una vita in cui il paziente deve accettare un organo che appartiene ad uno sconosciuto (che non è assolutamente banale dal punto di vista emotivo e psicologico). Quindi il trapianto dona sicuramente al paziente la possibilità di rinascere, di riprendere in mano la propria vita, ma anche in questo caso la strada può essere insidiosa e piena di difficoltà.
In Italia ad oggi il principale ostacolo che rallenta il numero di trapianti è sicuramente la scarsità di reperimento di
donatori in rapporto al numero di malati. Il report dei consensi alla donazione di organi e tessuti dopo la morte
rilasciati presso i comuni italiani (fonte: Ministero della salute, Sistema Informativo Trapianti – SIT) aggiornato al
gennaio 2026 ci riporta un dato allarmante, e cioè che 1 persona su 3 si oppone alla donazione. Oltre a ciò, nei casi in
cui il potenziale donatore non si fosse espresso in vita, una quota rilevante di familiari interpellati a riguardo del
prelievo di organi si oppone, riducendo ulteriormente il numero di donatori effettivi. Questo si ripercuote
naturalmente sui tempi in lista d’attesa, ovvero un paziente in dialisi può aspettare fino a 3 anni (o più) prima di
ricevere quella chiamata che gli cambierà la vita.
In ultimo, a causa delle lunghe liste d’attesa per l’esecuzione di esami e visite specialistiche tramite Servizio Sanitario Nazionale, spesso i pazienti impiegano molto tempo per ottenere l’idoneità al trapianto. Una possibilità per snellire questo iter è quella di creare dei percorsi intra-ospedalieri dedicati, delle vere e proprie “corsie preferenziali” per i pazienti che devono affrontare questa serie di accertamenti; ma non è sempre scontato che ci sia collaborazione. Ecco perché spesso e volentieri i pazienti sono costretti a rivolgersi al privato.

– La dialisi è una delle prestazioni mediche più remunerative per il SSN, dietro la quale gravita uno tra i più importanti giri d’affari per le bio-tech. In un sistema sanitario sempre più aziendalizzato, quanto è difficile scegliere il bene del paziente, che smetterebbe, quindi, di essere una rendita garantita? Non c’è un conflitto di interessi che spinge alla conservazione dello status quo, invece di puntare a rendere la dialisi un’eccezione e non la consuetudine ?
Mi auguro che questa non sia realtà, perché il bene del paziente deve rimanere il principio che guida ogni decisione
clinica. Se così non fosse, verrebbero meno i valori fondanti della nostra professione e il senso stesso del giuramento di Ippocrate, che tutti noi medici siamo chiamati a rispettare e onorare.
Nel caso della malattia renale cronica, l’obiettivo etico e scientifico non dovrebbe essere quello di mantenere il paziente in trattamento dialitico, ma piuttosto prevenire e ritardare la progressione della malattia, e quindi ridurre la necessità di dialisi, attraverso la diagnosi precoce, la promozione della salute renale e, quando possibile, l’accesso al trapianto.
Ci tengo però a sottolineare un aspetto fondamentale: la dialisi non è un trattamento da stigmatizzare. I pazienti affetti da malattia renale cronica sono in costante aumento, anche a causa dell’invecchiamento generale della popolazione e della crescente diffusione di patologie, come l’ipertensione arteriosa e il diabete, principali responsabili del danno renale cronico. Di conseguenza i pazienti in dialisi sono e saranno numerosi e la terapia dialitica continuerà ad essere NECESSARIA come alternativa terapeutica per la salute dei nostri pazienti: non deve essere vista come una nemica, ma piuttosto come un’alleata imprescindibile del nefrologo, perché permette di mantenere in vita molti pazienti che hanno perso completamente la funzionalità dei propri reni ma non hanno la possibilità di essere sottoposti a trapianto.

– I dati GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale (2024-2025) e il Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2025 dimostrano che nell’ultimo anno il rapporto tra Spesa Sanitaria e PIL è sceso drasticamente, attestandosi intorno al 6.3%, e prevedono un ulteriore crollo nel 2026 (6.1%), ben sotto il livello pre-pandemia (7.1%) e la media UE (6,9%). Lei e i suoi colleghi come fate a garantire l’eccellenza se lo Stato finanzia così poco il sistema sanitario?
Durante la pandemia da COVID-19, noi medici e operatori sanitari siamo stati improvvisamente appellati con il
termine di “eroi”. Tuttavia, terminata l’emergenza sanitaria, quello stesso sistema che aveva retto grazie allo sforzo
straordinario dei professionisti si è ritrovato ad essere troppo spesso bersaglio di critiche e accuse per non essere
all’altezza di garantire quella famosa eccellenza sanitaria.
Noi medici del Servizio Sanitario Nazionale, ma parlo a nome di tutto il personale sanitario, non siamo messi nelle
condizioni ideali per assicurare una sanità di qualità. Nonostante ciò la difendiamo ogni giorno, spesso anche a costo di sacrifici personali, turni di lavoro prolungati, carichi di lavoro crescenti in un contesto di risorse sempre più limitate. Non solo, continuiamo a formarci, ad aggiornare le nostre competenze per stare al passo con le evidenze scientifiche e le nuove terapie che, grazie alla ricerca, abbiamo a disposizione; perchè la qualità delle cure resta per noi un dovere etico, oltre che professionale.
Ma è importante dirlo chiaramente: la situazione attuale della sanità pubblica non è sostenibile. Un sistema sanitario non può reggersi a lungo sull’abnegazione dei singoli professionisti. Senza investimenti adeguati si riducono il tempo dedicato al paziente, l’innovazione, la prevenzione e, inevitabilmente, l’equità di accesso alle cure. E se questa tendenza dovesse protrarsi, il rischio concreto è che l’eccellenza diventi un’eccezione e non più un diritto garantito a tutti.

– Il definanziamento programmatico del sistema pubblico, cui assistiamo ogni giorno, alimenta,
inevitabilmente, una privatizzazione strisciante. I dati Censis-RBM 2025 dimostrano che la spesa
“out-of-pocket”(pagata dai cittadini) ha superato i 40 miliardi di euro. Tra liste d’attesa interminabili e strumenti obsoleti, non si ha la sensazione che lo Stato spinga deliberatamente verso il privato, rendendo la gratuità della sanità (garantita dall’articolo 32 della Costituzione) solo una bella promessa sulla carta? Lei che ne pensa?
Il lento (ma non troppo) processo di privatizzazione della sanità è ormai sotto gli occhi di tutti.
Le liste d’attesa interminabili, la carenza di personale e, talvolta, le tecnologie obsolete sono tutti meccanismi che
spingono il cittadino verso il privato. Chi può permetterselo paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure, talvolta
mettendo a repentaglio la propria salute… ma d’altronde che alternativa ha il paziente? Questo rompe il principio di
equità su cui si fonda il Servizio Sanitario Nazionale e compromette, nei fatti, il diritto alla tutela della salute.
Non solo, vedo anche tanti medici che dopo diversi anni di lavoro nel settore pubblico, “consumati” dalle condizioni
lavorative difficili e dalla scarsità di risorse disponibili, scelgono di dedicarsi completamente al privato. Non li biasimo: è spesso una scelta di sopravvivenza professionale e personale.
Mi auguro però che continuino ad esserci professionisti – e futuri professionisti – che credono nella sanità pubblica.
Perché ad oggi l’SSN resiste in buona parte grazie alla motivazione e al senso di responsabilità di chi ci lavora. E se c’è una possibilità di salvarlo, passa proprio da lì.
Il Servizio Sanitario Nazionale è uno dei diritti fondanti su cui si basa la nostra costituzione ed è stato a spesso
riconosciuto come un modello di sanità pubblica a livello internazionale, ma non bisogna correre il rischio di darlo per scontato. E’ importante difenderlo e coltivarlo per garantire una sanità aperta, accessibile e di qualità, capace di
assicurare lo stesso trattamento a tutti i cittadini indipendentemente da razza, reddito o estrazione sociale.

Alessandra Masciantonio