Il 27 maggio in occasione dell’assemblea d’istituto, abbiamo preso parte alla proiezione del film “Il bene comune”. Un’esperienza diversa dalla consueta routine scolastica, che ha trasformato una mattinata ordinaria in un momento condiviso di attenzione e confronto.
Rocco Papaleo, direttore dello stesso film, veste i panni di Biagio, una guida turistica, che in compagnia del nipote Luciano (di cui è anche allenatore di atletica), accompagna per un’escursione un gruppo di detenute, giunte quasi alla fine della loro pena: Samantha (Claudia Pandolfi), Gudrun (Teresa Saponangelo), Fiammetta (Livia Ferri) ed Anny (Rosanna Sparapano).

L’esperienza avviene sul Massiccio del Pollino alla ricerca di quello che viene percepito come simbolo di resilienza, il secolare Pino Loricato, l’albero più vecchio d’Europa. Ad organizzare il tutto è Raffaella (Vanessa Scalera), attrice di scarso successo che tiene un “laboratorio sensoriale” alle ragazze. Attraverso una cornice che guarda all’italiana “La dea dell’amore” di Woody Allen, scopriamo il loro passato, con flashback, che alla lunga, prendono il sopravvento sulla narrazione principale.
La trama si sviluppa attorno a una comunità chiamata a confrontarsi con decisioni che riguardano il bene di tutti, ma che inevitabilmente, mettono in gioco interessi personali e piccoli conflitti quotidiani. Alcune situazioni, soprattutto nei momenti di discussione collettiva, risultano interessanti perché mostrano bene la difficoltà di trovare un vero e proprio accordo tra le parti. Particolarmente rilevante è il ruolo delle donne, che nel film emergono spesso come le figure più concrete. In diversi passaggi sono loro a cercare di riportare equilibrio nelle scelte del gruppo, opponendosi a decisioni affrettate o guidate più dall’emotività che dalla riflessione. Questo aspetto, pur interessante, a volte rischia però di diventare troppo schematico, quasi come se il film volesse attribuire alle donne un ruolo “correttivo”, troppo netto rispetto agli uomini.

Dal punto di vista tematico, l’idea centrale del bene comune è sicuramente valida e attuale, ma la sua resa narrativa non sempre convince. Alcuni passaggi risultano prevedibili e la struttura generale tende a semplificare dinamiche che, nella realtà, sarebbero molto più complesse e contraddittorie. Un film corale come è corale la musica quando viene suonata da una band, un’orchestra, un gruppo di musicisti che la interpreta dal vivo. E non è un caso che proprio la musica sia così importante per il film di Rocco Papaleo, non operando da semplice commento alle scene, ma parte integrante della storia e del modo in cui viene raccontata, con una band che accompagna e valorizza il racconto dei protagonisti.
Si avverte la voglia di un cinema che sappia essere insieme leggero e profondo, diretto ma mai banale, che mette in scena ponti e collegamenti con l’ambizioso e forse folle intento di unire nel nome del “bene comune”. L’autore e attore scrive e dirige un film ambizioso e riuscito che pone l’enfasi sull’importanza del racconto per conoscere capire e accettare per annullare quelle distanze che oggi, troppo spesso, fanno la differenza in negativo.
A questo punto emerge una riflessione inevitabile: che cos’è davvero il “bene comune”? È ciò che è giusto per tutti, oppure ciò a cui siamo disposti a rinunciare personalmente? E, soprattutto nella vita quotidiana siamo davvero pronti a mettere gli interessi collettivi davanti ai nostri, o resta solo un’ideale valido finché non ci riguarda in prima persona?
Irene Muratore







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