La narrazione della Seconda Guerra Mondiale non si riduce a grandi strategie, mappe geopolitiche e vittorie, ma è soprattutto fatta di volti e nomi di migliaia di giovani strappati alle loro case; giovani che spesso non fecero mai più ritorno. Tra questi c’è anche quello di Enrico Gaspari, un mio lontano parente, la cui storia emerge con dolorosa evidenza dalle pagine ingiallite di un fascicolo militare: l’unico ricordo rimasto di un figlio, un fratello, un marito.
Enrico nasce a Scerni, in provincia di Chieti, l’11 gennaio 1919. Figlio di Domenico e Giovina Vitelli. Appartiene a quella generazione che vedrà la propria giovinezza consumarsi sui campi di battaglia d’Europa.
Arruolato come soldato effettivo nel 53° Reggimento Fanteria, Enrico viene inquadrato nell’ARMIR (Armata Italiana in Russia). Più precisamente, presta servizio nella Compagnia Mortai 81 (Posta Militare n. 69), un’unità di supporto fondamentale, ma costantemente esposta al fuoco nemico e alle intemperie del fronte orientale.
Il suo destino si compie nel tragico inverno tra il 1942 e il 1943, quando l’offensiva sovietica dilaga sul fronte del Don, travolgendo le linee dell’Asse. L’ultima sua testimonianza risale al 10 dicembre 1942, data dell’ultimo messaggio pervenuto alla famiglia.
Il fascicolo ufficiale riporta una data precisa per la sua scomparsa: il 25 gennaio 1943. È un momento cruciale: si tratta dei giorni della drammatica ritirata dalla Russia, culminata nella battaglia di Nikolajewka. In quel caos di ghiaccio, fame e scontri all’arma bianca, a temperature di -30/-40°C, Enrico scompare “in occasione del combattimento”. Le autorità militari successivamente certificheranno che il soldato non fu riconosciuto né tra i caduti accertati né tra i prigionieri.
Per anni, la famiglia vive nel limbo dell’incertezza. Nel maggio del 1947, la moglie, Elvira Giammini, scrive disperata al Ministero della Guerra per sollecitare notizie, dichiarando di non aver mai ricevuto alcuna comunicazione ufficiale di morte o irreperibilità, né dai comandi né dai commilitoni rimpatriati.

Solo nel 1948 il Distretto Militare di Chieti compila ufficialmente il Verbale di Irreperibilità, un documento amministrativo che segna l’inizio della rassegnazione legale. Nel gennaio del 1950, il Ministero della Difesa conferma ufficialmente che le indagini “esperite in ogni campo e sotto ogni forma” non hanno dato frutti: Enrico è ufficialmente irreperibile a norma della legge di guerra.
La parola “fine” viene scritta dal punto di vista burocratico solo decenni dopo. Nel 1966, il Tribunale di Vasto dichiara la morte presunta di Enrico Gaspari, una sentenza trascritta nei registri di stato civile nel 1968.
Ancora nel 1998 il Ministero della Difesa richiedeva documenti per regolarizzare la sua posizione, a testimonianza di quanto lunga e complessa sia stata la gestione dei dispersi di quel conflitto.
Enrico Gaspari non tornò mai a Scerni, ma il suo nome, custodito in un fascicolo, resta a memoria del sacrificio di una generazione che si perse nell’infinito orizzonte della steppa russa.
Come lui, migliaia di soldati hanno affrontato un destino tortuoso. Enrico è solo uno dei tanti, la cui famiglia ha vissuto nel dolore dell’incertezza: una scomparsa mai ufficializzata e una morte solo presunta, in un oblio che sembra non trovare fine.
Alessia La Palombara




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