Come conciliare l’educazione stradale con la letteratura

“Diario di una bici”

Immagina di essere una bicicletta. Ogni giorno vai in strada, osservi il mondo, i pericoli, le infrazioni, ma anche momenti di bellezza e rispetto. Scrivi alcune pagine del tuo diario. Come ti trattano gli umani? Quali scene vedi? Cosa sogni?

“Voglio raccontarti come ho perso il mio nastrino giallo. La primavera è il mio periodo preferito dell’anno. Al secondo posto viene l’estate, ma il primo resta la primavera. Anche le altre due stagioni sono molto belle, ma con il freddo io non esco molto e mi annoio a restare settimane chiusa nel garage. Invece, quando comincia a splendere il sole e fa più caldo, posso finalmente uscire e passare tutto il giorno a girare per le strade della mia città. Ovviamente, faccio sempre molta attenzione, soprattutto quando percorro strade con macchine veloci, poiché, essendo una bicicletta comune, non sono così visibile ed evidente in strada.

La parte della città che mi piace di più è la pista ciclabile: quella verde è la mia preferita. Percorre un tratto lunghissimo e, mentre sfreccio sull’asfalto colorato, ovunque mi giro vedo alberi alti e pieni di fiori che profumano l’aria di primavera. Siamo finalmente a maggio, le giornate si sono allungate tantissimo e io passo il mio tempo girando qua e là. Oggi, però, nonostante ci sia un bellissimo sole e un vento leggero, non mi va molto di uscire… Probabilmente perché non riesco ancora a dimenticare la brutta giornata di ieri, perché sì, ieri è stata davvero una giornata terribile, forse la più brutta della mia vita, sempre dopo quella volta in cui mi sono bucata la gomma della ruota posteriore.

Ieri ero super felice, perché dopo tanti giorni di incessante pioggia non vedevo l’ora di uscire. Mi sono svegliata presto e sono subito uscita; avevo già deciso la mia meta, così, superato il mio quartiere, mi sono diretta verso la pista verde.

Appena arrivata, sono rimasta ferma con il cavalletto. Ricordo quanto mi infastidissero quelle lunghe e noiose piante incolte che, continuando a crescere senza mai essere tagliate, avevano invaso la bellissima pista e coperto tutti i meravigliosi fiorellini che nascono in questo periodo. Non credevo ai miei occhi. Quella mattina, le piante erano state tagliate, liberando la pista e facendo sbucare i fiori; il colore verde, prima sbiadito dal tempo, era stato ravvivato e ora brillava come non mai, rendendo la pista luminosa e visibile a tutti.

Senza perdere tempo, ho tolto il cavalletto e, controllando attentamente che nessuno passasse, ho attraversato per entrare finalmente sulla meravigliosa pista verde. Ecco che i miei pedali hanno cominciato a girare.

Il vento soffiava delicato, facendo svolazzare il nastrino giallo che avevo legato con un fiocchetto al mio manubrio e circondandomi dei meravigliosi profumi e odori della primavera. Andavo piano, così avevo il tempo di guardarmi intorno e rilassarmi ascoltando il canto degli uccellini posati sui rami degli alti alberi. In effetti, ora che ci ripenso, la prima parte della terribile giornata di ieri non è stata poi così terribile: anzi, è stata uno degli inizi più belli. Ricordo anche quella piccola e anziana signora che stava ferma sotto il sole ad aspettare davanti alle strisce pedonali; come ho detto, ieri era una giornata stupenda e sulla pista c’erano tantissime persone in bicicletta che, prese dai loro pensieri, non si accorgevano della povera signora che aspettava di passare.

Ricordo la sua espressione stanca e un po’ triste, mentre stava ferma lì con il suo bastone; alcuni metri prima delle strisce, ho iniziato a rallentare fino a fermarmi davanti a lei. Quando mi vide ferma, la sua espressione cambiò, trasformandosi in un bellissimo sorriso. Piano, mi fece un cenno con la mano per ringraziarmi, prima di iniziare a camminare lentamente, zoppicando. Andava molto piano, ma io non avevo alcuna fretta. Improvvisamente, dall’altra parte della pista, un uomo alto, con due lunghi baffi e una cravatta, arrivò sfrecciando sulla sua bicicletta. Guardai il suo volto: la testa era rigida, ferma, immobile. Gli occhi erano fissi davanti, come se già vedesse la meta; il suo sguardo era serio, quasi arrabbiato. La piccola signora era quasi a metà strada, mentre continuava ad avanzare affaticata. L’uomo la raggiunse in poco tempo; avrebbe dovuto già iniziare a rallentare, invece frenò bruscamente, proprio all’ultimo momento, inchiodando con forza.

Il rumore dei freni, tirati di scatto sulla povera bici, mi fece rabbrividire, immaginando il dolore che poteva provare. La sua faccia si fece ancora più arrabbiata e stanca, e poco dopo iniziò a suonare il campanello in modo maleducato e ignorante verso la povera vecchina che, sentendosi sotto pressione, si sforzò ancora di più.

Ieri era una giornata calda, ma il sole era molto potente e per la signora divenne troppo. Le mancava poco per arrivare dall’altra parte, ma all’improvviso lasciò cadere il suo bastone e si accasciò a terra. L’uomo con la cravatta era già ripartito, andando chissà dove, mentre la povera signora aveva superato la sua corsia. La cosa che mi fece più male, in quel momento, fu sentirsi così impotente di fronte a quella situazione; avrei voluto avvicinarmi e aiutarla, ma non potevo, perché non avevo le mani. Mi limitai a suonare insistentemente il campanello per avvisare qualcuno, e dopo poco una donna che correva si precipitò ad aiutarla.

Aspettò lì fino all’arrivo dell’ambulanza. Le porte si chiusero e l’ambulanza partì, portando via la signora. È da quel momento che la bellissima giornata di ieri si trasformò nella più brutta. Ripresi a pedalare ancora più lentamente di prima; il sole splendeva ancora, i fiori erano ancora meravigliosi, e il verde della pista rimaneva intenso, ma ora, per me, tutto il mondo sembrava diventato grigio. Non riuscivo a togliermi dalla testa il volto dell’uomo con la cravatta: la signora era davanti a lui, ma sembrava non vederla. Si fece sera, e, lasciata la pista verde, iniziai a tornare a casa. Era come se, guardandomi intorno, vedessi tutto diverso: una macchina nera, che sfrecciava velocissima sulla strada e passava con il semaforo rosso, rischiando di investire un bambino che attraversava le strisce con la mano tesa verso la madre; una ragazza che si buttava sulla strada, distratta dallo schermo del cellulare, costringendo un autobus a frenare all’improvviso davanti a lei; una macchina costosa che sfrecciava sulla strada, superando tutti, nonostante fosse vietato.

Non avevo mai notato queste cose, eppure, ogni giorno, succedevano davvero. Mi guardo sempre intorno mentre pedalo per la mia città, ma prima non avevo mai notato certi dettagli: pensavo solo ai meravigliosi fiorellini colorati e ad ascoltare il canto degli uccellini.

Si era fatta sera; ero quasi arrivata a casa, mancava poco. Il sole era tramontato e iniziava a fare buio. Accesi subito le luci fluorescenti gialle, per essere ben visibile. Non riuscivo a smettere di pensare a come, a volte, le persone non si rendano conto di quello che fanno; passo le giornate in strada, ma non avevo mai riflettuto abbastanza su quanto possa essere pericoloso.

Ognuno ha la sua vita, i suoi pensieri, i suoi problemi, ed è facile distrarsi anche solo per un attimo, guardando il telefono o pensando ad altro. Mancava poco per arrivare a casa; ero sul lato destro della strada, dentro la corsia riservata alle biciclette. Accanto al marciapiede, c’era un piccolo gattino morto, sdraiato su un fianco. Probabilmente qualcuno lo aveva investito con la propria macchina, andando chissà dove. Improvvisamente, sentii un forte rumore da dietro e poi… niente. Vidi tutto nero.

Non so quanto tempo passò, ma quando riaprii gli occhi, mi trovavo a terra, in mezzo alla strada. Vedevo tutto sfocato, come se ci fosse una fitta nebbia. Abbassai lo sguardo e vidi che il mio nastrino giallo non c’era più. Sentivo un dolore dietro; a terra, c’era un pezzo del mio sellino. Davanti a me, vidi le luci blu e rosse della polizia; c’era anche l’ambulanza. A terra, davanti a me, una moto e, accanto, una ragazza sdraiata. Ricordo solo che c’era molto sangue a terra.

Ieri è stata la giornata più brutta della mia vita, perché in quell’incidente morì quella ragazza in moto. Un ragazzo tornava da una festa e aveva bevuto molto; non avrebbe dovuto guidare, ma invece sfrecciava sulla strada ancora umida per la pioggia dei giorni precedenti, e, confuso dall’alcol, investì prima me e poi la ragazza in moto. Nell’incidente, non mi feci niente, persi solo il mio nastrino giallo, attaccato al manubrio; invece, la ragazza in moto ha perso la vita.

Oggi è un altro giorno, ma non dimenticherò mai il momento in cui ho perso il mio nastrino giallo. Non resterò a casa, perché oggi è una giornata bellissima. Uscirò e presterò massima attenzione sulla strada, sperando che anche gli altri facciano lo stesso.

Emma Pratesi