Sotto il cielo estivo del 4 luglio, i giardini di Palazzo d’Avalos a Vasto si sono trasformati in una radura dell’anima, un porto silenzioso e fecondo dove la parola si è fatta carne per abitare, anche solo per una sera, quell’abisso affascinante e intimo che chiamiamo semplicemente “Dentro”.
Inserito nella quinta edizione del Festival “Vasto d’Autore”, l’incontro con Michela Marzano non si è configurato come una canonica presentazione letteraria, bensì come un autentico atto di democrazia spirituale: il tentativo radicale di scardinare la distanza tra la cattedra e la strada, offrendo all’ascolto collettivo la mappa di una fragilità universale mai perduta.
Muovendosi con un’aristocratica leggerezza tra i nodi brucianti del vissuto e la grazia della condivisione, la filosofa ha spalancato le porte del suo universo creativo e personale, dimostrando che la letteratura cessa di essere un oggetto di consumo solo quando accetta di farsi specchio dell’umano, un luogo in cui l’adulto e il ragazzo si scoprono ugualmente nudi, ugualmente feriti, ma finalmente visti. Proprio qui si colloca la genesi di “Qualcosa che brilla”, un romanzo corale che dà voce a otto adolescenti – Noemi, Sara, Irene, Gianpaolo, Luca, Viola, Clara, Sandra – le cui esistenze orbitano attorno al Centro “La Ginestra” di Roma, guidato dallo sguardo non giudicante dello psichiatra Mauro Rolli.
La vera spinta filosofica dell’opera affonda le radici nei corridoi della contemporaneità post-pandemica: osservando gli sguardi smarriti e i corpi prigionieri dei suoi studenti all’università di Parigi – dove vive e insegna Filosofia Morale da quasi trent’anni – Marzano ha avvertito l’urgenza di calarsi dentro il loro enigma. Per un anno intero ha frequentato in punta di piedi i centri psico-medico-sociali parigini, sedendo in un angolo a spiare i gruppi di parola, decifrando i brusii, gli imbarazzi e, soprattutto, i silenzi di una generazione che mostra il proprio dolore attraverso i sintomi – dai disturbi alimentari alle fobie scolastiche – perché il mondo degli adulti ha smesso di ascoltarli, preferendo la fretta delle diagnosi e delle etichette. Ne è scaturita una narrazione polifonica potente, in cui l’autrice si è legata visceralmente alla rabbia antica di Viola verso la figura materna e alla struggente tenerezza di Claudio, personaggi venuti a bussare alla sua porta per esigere il diritto a un racconto autentico, difeso con strenua ostinazione contro lo scetticismo iniziale della sua stessa editor. Ma lo scavo interiore di Michela Marzano non si ferma alla finzione letteraria; si nutre, al contrario, di una spietata e luminosa autobiografia che ha commosso la platea vastese, svelando come ogni pagina sia in realtà un frammento di carne viva.
Chi ha attraversato per anni l’inferno dei disturbi del comportamento alimentare sa che il sintomo è un grido muto, e la filosofa non ha nascosto le proprie cicatrici, intrecciando la sofferenza dei suoi personaggi con la memoria dei propri vent’anni di psicoanalisi. Un’analisi compiuta rigorosamente in lingua francese, scelta come intercapedine salvifica, una distanza linguistica necessaria per riuscire a nominare quelle cose che nella lingua madre facevano ancora troppo male per essere pronunciate. Questa ricerca di pacificazione si è scontrata a lungo con la gabbia delle aspettative paterne, quel rigido imperativo culturale secondo cui l’unico valore dell’esistenza risiedeva nel raggiungimento della cattedra di professore ordinario; una vetta conquistata con fatica solo per scoprire che quel titolo accademico era, in fondo, il prezzo da pagare per concedersi finalmente il permesso di essere se stessa, di scrivere ciò che voleva, liberando i propri daimon creativi dal giogo dell’approvazione altrui.
La vera vertigine dell’intervento si è compiuta tuttavia nella definizione stessa dell’atto dell’ascolto, inteso come un esercizio asimmetrico e doloroso. Ascoltare, ha sussurrato Marzano scendendo fisicamente dal palco per accorciare ogni distanza con il pubblico, non significa elargire risposte preconfezionate o interpretare dall’alto di una sapienza strutturata; significa fare il vuoto dentro di sé, tacere, aprire una feritoia interna che necessita, come precondizione assoluta, dell’ascolto delle proprie zone d’ombra. Entrare in contatto con il proprio “dentro” è una fatica che fa sempre male, poiché costringe a svestirsi delle sovrastrutture e ad accettare la verità più nuda della nostra condizione: che nessuno di noi ha interamente ciò che vorrebbe, e nessuno di noi corrisponde perfettamente all’immagine ideale che ha di se stesso.
Quando la parola si spoglia di ogni intento paternalistico e si fa pura accoglienza del corpo e dello sguardo dell’altro, il silenzio cessa di fare paura e diventa lo spazio fecondo in cui le incrinature comuni smettono di isolarci e cominciano a legarci, trasformando la fragilità in una forma superiore di conoscenza e di democrazia spirituale. Il ritorno di questo immenso investimento emotivo si materializza nelle centinaia di lettere, ritratti e piccoli doni simbolici – come il dipinto di un riccio e tre castagne – che i ragazzi regalano alla scrittrice durante i suoi viaggi nelle scuole, messaggi densi di una gratitudine il cui nucleo resta costante: “grazie, perché per la prima volta non mi sono sentita un mostro, mi sono sentita capita”.
È in questo preciso istante che il cerchio poetico di Palazzo d’Avalos si chiude e si sublima, dimostrando che curare la transizione tra le pagine significa prendersi cura del domani, offrendo a una generazione ferita le parole esatte per nominare il proprio caos interiore.
Accanto a lei, nel silenzio della creazione, resta la presenza discreta e vitale del marito Jacques, custode di quelle immersioni totali in cui il mondo scompare per lasciare spazio solo alle voci dei personaggi; voci che oggi interpellano il mondo adulto, scuotendolo dal torpore della fretta e ricordandogli che l’unica vera pacificazione possibile passa attraverso la cura del dolore altrui, l’accettazione della propria imperfezione e il coraggio di non cedere mai all’indifferenza.
“Perché in fondo, sotto la cappa del silenzio più fitto, c’è sempre qualcosa che brilla, e aspetta solo che qualcuno impari di nuovo ad ascoltare.”
Julia Di Paolo









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