Vasto D’Autore e la grammatica del «Dentro»: l’aristocratica leggerezza di scoprirsi fragili

Guardarsi dentro non è un esercizio per cuori pigri, è piuttosto una necessità squisitamente umana di condivisione.

Vasto, 3 luglio 2026 – “Fate parlare la voce del cuore, perché il cuore ha degli occhi che i nostri occhi non hanno.”

​Ci sono sere in cui la geografia dell’anima si sovrappone perfettamente a quella reale, trasformando un cortile di pietra in un teatro dell’esistenza.

È accaduto nei giardini di Palazzo d’Avalos, cornice naturale della quinta edizione del Vasto d’Autore Festival, dove il pretesto della letteratura ha spalancato le porte di quell’abisso affascinante e intimo che chiamiamo semplicemente “Dentro”. Guardarsi dentro, del resto, non è un esercizio per cuori pigri; è piuttosto una necessità squisitamente umana di condivisione, un tentativo di fondare lo stare insieme non sulle apparenze, ma sulle nostre incrinature comuni. Laddove la quotidianità ci impone la fretta e la patina dell’efficienza, la parola si configura come una feritoia attraverso cui osservare la fragilità universale senza averne paura, muovendosi con leggerezza calviniana tra la profondità del vissuto e l’ironia del quotidiano.

​Questo scavo interiore si nutre inevitabilmente del rapporto con le proprie radici e con la provincia, un territorio che spesso cessa di essere una mera coordinata geografica per farsi vero e proprio stato d’animo. Nel dialogo a Vasto D’Autore attorno al romanzo Bellagio, la finzione letteraria si fa specchio di un vissuto personale profondo e doloroso. La trama del libro, che intreccia la contemporaneità di Isabella al drammatico 1938 del giovane Enrico — costretto a una maturità precoce tra le mura del Grand Hotel Bell’Italia —, riflette la memoria stessa dell’autrice Monica Savaresi.

Cresciuta a Nesso, sul lago di Como, ed emarginata nell’infanzia per le sue origini meridionali, la scrittrice ha riversato nelle pagine una rabbia antica, trasformandola col tempo in una luminosa costellazione di perdono e pacificazione. La sua scrittura diretta e immaginifica diventa così il luogo eletto per abitare se stessa, unendo la durezza dell’esperienza passata a una ritrovata tenerezza, i cui frutti si convertono persino in gesti concreti di solidarietà attraverso la devoluzione dei diritti d’autore.

​Accanto alla ricerca di pacificazione con il passato, il festival ha esplorato un’altra sfaccettatura del “dentro”: l’incessante e a tratti febbrile ricerca della bellezza e dell’autenticità che si nasconde dietro le quinte dell’esistere.

È la prospettiva offerta da Daniele Orazzi nel suo viaggio dentro Ostia Wood, un’opera che, attraverso il cammino della protagonista Andie Schrooder, scarnifica il mondo dello spettacolo e delle relazioni umane per rivelarne le sottostanti fragilità. Chi si muove nell’ombra e gestisce il successo o il fallimento altrui impara presto che dietro la superficie dorata dei red carpet o dei festival internazionali si agita un’humanitas vulnerabile, costantemente affamata di conferme e carezze. Il talento stesso, in questa visione quasi filosofica, non è un dato immutabile ma una materia incerta, un percorso di autoconsapevolezza che richiede di saper accogliere le porte in faccia per poter continuamente ricostruire la propria comfort zone spirituale e cercare la luce fino all’ultimo dei propri giorni.

​Se lo scavo psicologico di Savaresi e Orazzi si muove sui toni della memoria e della fragilità emotiva, Elda Alvigini dimostra come il profondo possa essere indagato attraverso l’arma affilata e leggerissima dell’autoironia. Il suo romanzo Inutilmentefiga fotografa con irresistibile cinismo quella magnifica inadeguatezza umana che ci coglie quando, pur convinti di agire nel giusto, finiamo per provocare un disastro esistenziale. Partendo dal grottesco isolamento della pandemia, l’autrice trasforma l’esperienza del vaccino anti-Covid in un paradossale capodanno dell’anima, affrontato in abito da sera pur di celebrare il ritorno alla vita.

L’autofiction si fa qui racconto generazionale, scardinando i cliché legati alle donne over cinquanta attraverso una sequenza di aneddoti folgoranti: dalla precoce espulsione dalla scuola Montessori a cinque anni per un ingenuo atto di nudità politica sulla torre dei cubi, fino a un’infanzia segnata dagli zoccoli di legno e dal rigore di una famiglia comunista e femminista. Ma è stata l’atletica leggera, il mezzofondo corso nel fango e sotto la pioggia, a strutturare la sua attitudine mentale, insegnandole che la vera competizione non si gioca mai contro gli altri, bensì in un intimo e solitario confronto con se stessi. Persino il successo travolgente, come quello legato a serie storiche quali I Cesaroni — nato da un provino affrontato con totale disincanto in un bar della Rai insieme a Max Tortora —, viene ridimensionato alla stregua di una coincidenza astrale che non deve mai far perdere il contatto con la realtà.

Tutte queste narrazioni, apparentemente distanti, finiscono per convergere nell’alambicco di Palazzo d’Avalos, dimostrando che il festival non è una semplice rassegna di libri, ma un mosaico coerente sulla complessità dell’animo umano. Che si tratti di remare in canoa per perdonare un padre, di proteggere la fragilità di un artista nell’ombra o di ridere delle proprie epiche sventure quotidiane, l’invito profondo resta quello di non cedere mai all’indifferenza e di saper abitare le proprie contraddizioni con aristocratica leggerezza. Perché la ferita, prima di essere un dolore, è l’unico varco attraverso cui la luce può finalmente entrare a rivelarci chi siamo.

​«A volte uno si crede incompleto invece è soltanto giovane.»

Julia Di Paolo