Vasto, 5 luglio 2026 – Ospite della quinta edizione del “Vasto d’Autore Festival”, lo scienziato e scrittore Giuseppe de Alteriis ha presentato il suo romanzo d’esordio, “Non dormire e sogna”, finalista al Premio Pop 2026. A condurre il dialogo e a stimolare l’autore nel racconto è stata la neuropsichiatra Paola Di Battista.

Nato a Napoli ma profondamente legato alla sua Vasto, città che considera casa e terra di origine, de Alteriis incarna l’eccellenza della scienza contemporanea. Ventottenne, laureato in Ingegneria dell’Automazione alla Federico II di Napoli, con un master in Neural Engineering alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, attualmente è dottorando in neuroscienze computazionali a Londra. Nonostante un curriculum di tutto rispetto, ha saputo rivelare una sensibilità letteraria raffinata, confidando come in passato fosse troppo severo con se stesso. Oggi, invece, guarda alla propria storia con maggiore serenità, sostenuto dall’affetto della famiglia e degli amici di sempre – quelli che a Napoli lo prendevano bonariamente in giro chiamandolo “secchione” per la passione per lo studio, contribuendo così a plasmare l’uomo e lo scienziato di oggi.
Il cuore dell’opera, come emerso dal dialogo con Paola Di Battista, si concentra sulla tensione tra neuroscienze e potere della narrativa. De Alteriis sottolinea l’importanza di un dialogo costante, in cui la scrittura letteraria si configura come l’unico vero ponte capace di collegare le scoperte scientifiche all’esperienza umana più profonda. Secondo l’autore, questo ricongiungimento ideale può realizzarsi esclusivamente attraverso i sogni.
Il viaggio nel libro inizia non a caso dal sonno, per poi addentrarsi nel mondo onirico, offrendo una descrizione di una realtà sognata in cui la nostra mente percepisce solo frammenti del mondo esterno, reinterpretandoli continuamente. A tal proposito, lo scrittore ha citato una suggestiva teoria del celebre neuroscienziato italiano Giulio Tononi, secondo cui la realtà stessa sarebbe “un sogno sufficientemente buono da permetterci di sopravvivere”.
I due più grandi enigmi affrontati dai protagonisti del suo romanzo rappresentano i pilastri delle neuroscienze moderne: perché gli animali in natura non possono fare a meno di dormire? E, soprattutto, come la materia fisica e biologica del cervello, dunque il materiale, può generare fenomeni immateriali come l’io cosciente o la percezione soggettiva dei colori? Il libro trasforma queste complesse teorie scientifiche sulla coscienza in un’avvincente struttura narrativa a finali aperti, caratterizzata da un’oggettività che invita a rileggere la storia sotto sfumature sempre diverse, anche spirituali.
La trama si sviluppa attraverso le vicende parallele di due protagonisti, entrambi di nome Peppe, che incarnano le due facce di una stessa medaglia generazionale spesso intrappolata nelle logiche della competizione e dell’esasperazione. Da un lato troviamo Peppe detto “il sorcio”, un ragazzo rimasto a Napoli, schiacciato dalle dinamiche alienanti e performative dei social network. Le pagine del libro descrivono con minuzia la sua immersione totale nello smartphone, un loop digitale che fa perdere la bussola e il senso del tempo, lasciandolo immobile, isolato e senza lavoro, pur conservando un ricordo sfocato di passioni genuine come l’ascolto di Renato Zero ai tempi del liceo.
Dall’altro lato c’è Peppe “il cane”, l’emblema estremo della performance scientifica e del successo accademico. Quest’ultimo si trasferisce in America, in un centro di ricerca all’avanguardia dove si conducono esperimenti neuroscientifici estremi. È in questo laboratorio che nasce l’elemento centrale della narrazione: il Neurosleeper. Questo dispositivo, un lungo elettrodo inserito nel cervello umano, permette di non dormire mai più nel modo convenzionale. L’ispirazione non è pura fantascienza, ma si basa su un fenomeno biologico reale presente in natura: animali oceanici come i delfini e alcune specie di uccelli sono in grado di far dormire un emisfero cerebrale alla volta, mantenendo l’altro sveglio e attivo. Tutta la scienza presentata nel libro è rigorosamente documentata dall’autore nelle note finali.

De Alteriis parla di un dispositivo che permette agli esseri umani di imitare i cetacei, alternando il sonno tra i due emisferi cerebrali per massimizzare la produttività. Durante la prima metà del tempo, la parte logica e razionale del cervello si dedica a calcoli e attività lavorative; nella seconda fase, si attiva l’emisfero destro, legato all’emotività e alla creatività, consentendo ai protagonisti di riscoprire la lettura e le emozioni. Tuttavia, l’autore avverte che questa è una drammatica metafora della società contemporanea.
Lo scrittore ha condiviso una riflessione nata dal confronto con uno studente dell’Università “Gabriele d’Annunzio”, che si riconosceva in questa scissione: l’ansia di essere sempre connessi, di mostrare ogni momento della propria vita sui social, ci costringe a vivere “a metà”. Una metà del cervello immersa nel virtuale, l’altra schiacciata dai doveri della produttività. Questa frammentazione forzata logora i giovani e alimenta un’inedita ansia da prestazione.

Nelle battute finali dell’incontro, stimolato dalle domande sul futuro, de Alteriis ha lanciato un messaggio di forte impatto politico e sociale, tema ripreso anche nelle recenti pagine speciali del Festival di Repubblica dedicate al volume. In un’epoca complessa, in cui le scoperte scientifiche nate in contesti universitari democratici vengono spesso sottratte a scopi opachi da colossi privati, e in cui l’Intelligenza Artificiale rischia di ridefinire i confini dell’umano, le neuroscienze si trovano di fronte a un bivio cruciale.
Secondo lo scrittore, la sola scienza tecnica non è più sufficiente. Il futuro della ricerca richiederà un’inversione di rotta: ai futuri scienziati sarà chiesto di possedere e integrare una profonda dimensione politica, letteraria, psicologica e filosofica.
De Alteriis conclude la sua presentazione dichiarando che questa è la sua missione personale: continuare a fare lo scienziato, ma con l’obiettivo di unire i dati biologici alla forza umanistica della narrazione, l’unica capace di salvare l’uomo dall’automatismo e di insegnargli, finalmente, a non dormire ma a sognare.
Carlotta Russi

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