Il tema della peste è stato affrontato numerose volte attraverso la storia e sono stati diversi gli autori che hanno contribuito a rendere questo un tema cardine e ricorrente come lo conosciamo oggi.
Sicuramente uno dei primi è stato Tucidide nella sua opera “Guerra del Peloponneso” dove descrive la peste che colpì Atene nel 430 a.C. Per trattarne non usa riferimenti divini o fuorvianti spiegazioni consolatrici, bensì descrive meticolosamente i sintomi della malattia, come questa si è diffusa e gli effetti che ha provocato, perciò ci garantisce un resoconto estremamente accurato della vicenda.
Nel Medioevo, invece, il testimone passerà a Boccaccio. Nel Comune di Firenze inizia a dilagare la malattia e con sé porta devastanti conseguenze demografiche tanto che l’autore scriverà nell’introduzione alla prima giornata del Decameron: «Oltre a cento mila creature umane si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti? che forse anzi l’accidente mortifero, non si saria estimato tanti aververse dentro avuti». Ma Boccaccio si sofferma soprattutto sulle conseguenze sociali: scompaiono le basilari norme civili e i cittadini vengono mossi ormai solo da egoismo e paura.
A parlare di peste sarà anche Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi” riferendosi a quella che colpì Milano nel XVII secolo. È l’arrivo di Renzo nella città che funge da pretesto per sottolineare la desolazione e il caos che aveva portato la malattia: la morte ha sostituito la vita.
Se provassimo a confrontare le tre testimonianze, ci accorgeremmo che ci sono numerosi elementi ricorrenti, tanto che possiamo porre le vicende in un rapporto quasi d’identità. Innanzitutto possiamo notare come, alla comparsa del morbo, gli uomini si rivolgano al cielo: in tutti e tre i casi, sebbene in maniera diversa, la peste è interpretata come punizione divina.
«L’ira di Dio a punire le iniquità degli uomini con quella pestilenza», così declama Boccaccio, ma è probabile che la colpa venga fatta ricadere su motivazioni religiose solo a causa dell’impossibilità di trovarne di razionali, pur cercando certezze vacue. A questo proposito, Tucidide ci descrive che, insieme allo malattia dilagava un sentimento di smarrimento religioso: nonostante le considerevoli offerte in onore degli dei, la peste non accennava ad arrestarsi. In queste situazioni disastrose, l’uomo estremizza i suoi comportamenti: c’era chi si isolava nella propria casa, ma anche certi che si abbandonavano alla dissolutezza più assoluta, cercando piaceri per il poco che restava loro da vivere.
Possiamo dire che il sentimento di paura si manifesta in due modi contrapposti: a scomparire, erano il timore della legge e della propria considerazione sociale. Nessuno si curava più di nessuno. Oltretutto, ciò è anche conseguenza dell’impotenza della polis, del Comune e del Ducato, rispettivamente, infatti non rimaneva ormai più nessuno a imporre le leggi. Dall’altro lato, il terrore era massimo per quanto riguardava il contagio: i malati e i moribondi venivano abbandonati da tutti, perfino dai parenti più stretti, e venivano segregati nelle case per limitare la diffusione. Questo fenomeno ci si presenta come una vera e propria deumanizzazione della società, che arriva ad annullare la più profonda dignità dell’uomo.
A capeggiare i ragionamenti degli uomini, c’è solamente l’egoismo: l’unica arma per fronteggiare la profonda crisi, a favore dell’individuo e a discapito della moltitudine. Questo sentimento è il principio della disgregazione sociale di cui parlano i tre autori; è chiaro che non può sussistere una forma sana di collettività quando la società diventa semplicemente un insieme di individui indipendenti tra loro. Inoltre, la frammentazione è tanto sociale quanto pratica: le città sono abbandonate, invase da cadaveri in putrefazione e moribondi, nessuno più si preoccupa di lavorare e l’unico obiettivo a cui si tende è la propria salvezza da raggiungere calpestando chiunque con violenza e immoralità. In una situazione di questo calibro, riformare la società sembra impossibile: la maggiore parte dei tentativi di arginare la crisi sono così falliti, a causa della mancanza di mezzi efficaci, però rappresentano la volontà di risollevarsi.
Se analizziamo i tre casi, scopriamo che anche qui ci sono diverse analogie: da Tucidide, a Manzoni passando per Boccaccio. Per quanto riguarda la peste ateniese, in realtà, lo storico ci racconta che all’inizio molti si prodigavano per assistere i malati, ma il loro comportamento diventò subito pericoloso: erano loro i primi ad ammalarsi e morire. Eppure, nonostante il contagio crescente, la rinascita della città sarà guidata proprio dai guariti, ormai immuni alla malattia. La tendenza medievale era quella superstiziosa, come menziona anche Boccaccio: si credeva che la peste si trasmettesse tramite l’aria, che andava purificata. È vero che le organizzazioni comunali e amministrative potevano fare ben poco contro una pestilenza sconosciuta, ma molti provvedimenti che ci sono noti oggi hanno avuto origine proprio in quel periodo: dalla quarantena, all’istituzione dei primi lazzaretti fino al controllo della circolazione nella città. Arrivando all’epoca di Manzoni, notiamo che questi tentativi diventano più sistematici, ciononostante non risultano ancora sufficienti. Ad esempio, nei Promessi Spesi ricompaiono i Lazzaretti e Renzo per entrare a Milano deve esibire il suo bolletto di sanità per certificare la sua condizione di sano.
Sebbene ci siano stati tentativi di ricompattare la società, questi sono falliti sia per l’incapacità di affrontare la situazione dal punto di vista medico-sanitario sia per l’entità della problematica, che come abbiamo visto anche durante il Coronavirus, non sempre riesce a essere contrastata in tempo e con i modi adatti.
L’esperienza della peste nel corso della storia, resa attraverso la letteratura, ci rende palese le nostre debolezze in quanto uomini: siano esse fisiche o di approccio, spesso istintivo, di fronte alle difficoltà. Dovremmo quindi capire come ci permetta di migliorarci ed evitare di ricadere in scelte dannose, guidati prima dall’impulso egoistico che dalla ragione collettiva.
Gabriele Scarpone

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