Una situazione molto delicata per l’ex Ilva di Taranto

La storia di una azienda e di un territorio in bilico tra disastro ambientale ed il rischio di una crisi occupazionale.

Lo scorso 11 settembre la Corte d’Appello di Milano ha confermato lo stop a caldo dell’area dell’Ilva. Restano così appesi a un filo la salute di un territorio e migliaia di posti di lavoro dell’azienda e la produzione di circa 2 milioni di tonnellate di acciaio annui.

Attualmente, secondo i sindacati, i dipendenti totali  in Ilva sono circa 8200, a cui si aggiungono oltre 4000 lavoratori dell’indotto. A Taranto, inoltre, 3.803 dipendenti diretti sono già in cassa integrazione dal 1° marzo. La domanda quindi sorge spontanea: quanto vale un posto di lavoro se costa la salute?

Ma facciamo un passo indietro e spieghiamo la storia della più grande azienda siderurgica italiana produttrice di acciaio. Fondata a Genova nel 1905, l’azienda creò molti stabilimenti in Italia, tra cui quello di Taranto nel 1965. Lo stabilimento libera costantemente sostanze classificate dalla IARC come appartenenti al gruppo “1”, ovvero tra i cancerogeni certi per l’uomo. Non si tratta solo di teorie o supposizioni, ma di studi e ricerche scientifiche. Nei quartieri a ridosso della fabbrica i tassi di tumore polmonare e di malattie cardiovascolari o respiratorie sono ampiamente superiore alla media nazionale, inoltre i casi di tumori infantili sono più alti rispetto a tutta la provincia.

È evidente a tutti il motivo per cui per decenni il disastro non è stato fermato, ovvero il cosiddetto “ricatto occupazionale” e la volontà dello Stato nel proteggere l’industria manifatturiera italiana. È però innegabile che l’Ilva abbia dato lavoro a migliaia e migliaia di famiglie per molti anni e la sua chiusura comporterebbe non solo la distruzione di un’intera economia locale, ma anche la perdita della stabilità economica di molte famiglie. Rimane però vero che la salute dei cittadini è un valore fondamentale, difatti la situazione è e resta delicata.

Nel corso del tempo, lo Stato e i privati hanno tentato diverse strade per rendere la fabbrica compatibile con la vita dei cittadini, ma sono state soluzioni parziali o rimaste sulla carta. Negli ultimi anni hanno promesso il passaggio dai carbonili ai forni elettrici alimentati con il ferro o l’idrogeno. Questa transizione, finanziata in parte dal Just Transition Fund europeo, è rimasta bloccata a causa di costi stratosferici, mancanza di infrastrutture energetiche e continui cambi di gestione societaria.

C’è quindi uno scontro tra due grandi fazioni: economia e salute. Entrambe sono tutelate dalla Costituzione con gli articoli 4 e 32: nel primo articolo, il diritto al lavoro viene riconosciuto e promosso dalla repubblica e nell’articolo 32  la salute viene definita un diritto fondamentale di ogni individuo. Diverso però è il tema quando al fine di non investire sulla riqualificazione dei macchinari l’ azienda utilizza il ricatto dei licenziamenti. Il profitto non può essere pagato con la vita umana.

Chi rischia di più sono le aziende che compongono l’ indotto . Il 4 settembre, 28 imprese hanno avviato le procedure di licenziamento per più di 2.500 lavoratori. Sono aziende che con lo spegnimento degli altiforni resterebbero senza commesse.

Dopo la fissazione dell’udienza in Cassazione, le procedure sono state sospese di nuovo, e il governo ha chiesto alle imprese di non attuare i licenziamenti.

Il governo temporeggia ma la verità a nostro avviso è una: manca un progetto di rilancio vero che possa garantire i lavoratori dell’ indotto. La Cassa integrazione proposta dall’ esecutivo è una manovra tampone che non risolve un problema strutturale, quindi la domanda che viene posta al governo è una: avete un piano?

Fino al 20 ottobre 2026 il destino dell’ azienda resta in bilico: la cassazione potrebbe confermare o riformare la sentenza, ma quindi qual è il futuro che ci aspetta?

                         Manes Elvia

Matteo Marletta