Pochi istanti prima che l’Auditorium del Polo Liceale “R. Mattioli” di Vasto si riempia con gli studenti delle classi quinte, l’atmosfera nella sala è immersa in una luce calda e accogliente. Sullo sfondo, la LIM proietta le immagini delle Madri Costituenti, mentre da fuori giunge il brusio lontano dei ragazzi in attesa. È in questa cornice che incontriamo la giornalista Maria Rosaria La Morgia e il presidente dell’A.N.P.I. Domenico Cavacini, giunti a scuola in occasione della mostra “Le Madri Costituenti”.
Negli occhi e nei gesti di entrambi si legge una passione profonda, abbinata alla padronanza e alla sicurezza di chi ha fatto della memoria storica una missione quotidiana. Un dialogo a due voci condotto a pochi minuti dall’inizio dell’incontro: prima con lo sguardo analitico della giornalista, poi con quello istituzionale del presidente dell’A.N.P.I., per riscoprire il valore attuale della democrazia e della parità.

Guardando all’inizio del suo percorso dottoressa La Morgia, qual è stato il momento esatto in cui ha capito che il giornalismo non sarebbe stato solo un mestiere, ma la sua lente principale per interpretare il mondo?
Forse prima ancora di iniziare il mio percorso professionale, perché amavo moltissimo leggere di tutto, dai quotidiani ai libri dei grandi giornalisti dell’epoca. Ero una grande lettrice di Oriana Fallaci, che faceva delle interviste incredibili. Ho sempre avuto una forte passione nel vedere donne che si battevano per non accettare una condizione ereditata, lottando anche per le altre. Mi è sempre piaciuta l’idea di fare gruppo e veder emergere figure femminili capaci di conquistare leadership e parità. Chi fa giornalismo ha il compito di accendere un faro sulla realtà, raccontarla in modo corretto e verificare le fonti: per questo è fondamentale leggere, studiare la storia e saper individuare le fonti attendibili, soprattutto oggi che siamo bombardati da informazioni poco sicure.
L’Abruzzo è una terra intensa, fatta di forze silenziose e grandi fragilità. Come ha influito l’identità di questa regione sulla sua sensibilità e sulla sua voce narrativa?
Ha influito parecchio. Fin da ragazza, quando andai all’università a Roma, sentivo un orgoglio profondo di essere abruzzese — un orgoglio cosciente, privo di spocchia, legato a un solido retroterra culturale e a bravissimi insegnanti, senza i quali non si va lontano. C’era anche la necessità di liberare l’Abruzzo da certi stereotipi alimentati spesso da noi stessi: l’idea di una regione appartata, quasi abitata da un popolo selvaggio. Non è così: a Vasto, così come nell’entroterra, si scoprono storici influssi con la Magna Grecia e grandi vie di comunicazione. Pensiamo ai tratturi: non erano semplici passaggi per la transumanza, ma vere e proprie vie di trasmissione culturale.

Nella sua carriera si è occupata a lungo del ruolo e della rappresentazione della donna. In che modo lo sguardo femminile cambia il modo di fare cronaca e di raccontare le storie?
Mi sono occupata moltissimo di donne, rischiando a volte di essere presa in giro dai colleghi quando in redazione ero l’unica presenza femminile in un ambiente di soli uomini. Trovavo fondamentale ciò che era nato durante il mio periodo universitario con il movimento delle donne: la conquista di una parola e di una libertà che prima erano state negate. Tutte le donne della Costituente, e quelle venute prima di loro, si sono conquistate i propri diritti lasciandoci un monito: “Attenzione, perché questi diritti non sono acquisiti per sempre”. Come giornalista ho cercato di dare visibilità alle donne che raggiungevano ruoli apicali nelle professioni, rompendo barriere storiche. È un processo che passa anche dalla lingua: come ricorda il linguista Francesco Sabatini, la lingua evolve e deve riconoscere i generi al suo interno. Usare termini come “avvocata” non è una forzatura moderna, ma un ritorno a forme espressive presenti perfino in preghiere antiche.
Raccontare eventi complessi o tragici richiede un equilibrio delicato tra dovere di cronaca ed empatia. Come si protegge la propria umanità quando si è chiamati a documentare il dolore altrui?
Si protegge attraverso la propria umanità, essendo umani e sperando di restarlo. Nella mia carriera mi è capitato spesso di raccontare storie private o legate alla malattia. Frequentare persone con gravi difficoltà fisiche mi ha insegnato che a nessuno fa piacere essere trattato con pietismo o come un oggetto di consumo. L’umanità è la difesa fondamentale, ed è proprio ciò che oggi dobbiamo custodire con più forza, in un momento storico in cui i diritti umani sono costantemente a rischio.
Togliendo per un attimo il taccuino e i microfoni, qual è la domanda che non le è mai stata fatta ma a cui le piacerebbe dare una risposta?
È una domanda difficilissima, forse la più difficile che mi si possa fare. Credo che l’essenza del nostro essere giornalisti — e prima ancora del nostro essere umani — risieda nel porsi continuamente domande. Io sono sempre lì a chiedere, non solo agli altri ma anche a me stessa: cosa ho fatto? Cosa posso fare ancora? Significa guardare la realtà circostante senza dare mai nulla per scontato. Ecco: chiedersi continuamente il perché delle cose è forse la risposta vera a questa domanda.

Terminata la riflessione sul giornalismo e sul valore della parola, lo sguardo si sposta verso l’esterno dell’auditorium, dove è allestito il percorso espositivo curato dall’ANPI. A prendersi la scena è ora la voce istituzionale dell’associazione, rappresentata dal presidente Domenico Cavacini, per calare quelle idee di libertà nella concretezza della storia della Repubblica e della Costituzione.
La mostra allestita all’esterno dell’auditorium è dedicata alle Madri Costituenti. Cosa ha portato all’ideazione di questo percorso espositivo?
Come A.N.P.I. abbiamo iniziato a progettare questa mostra lo scorso anno, consapevoli che il 2026 avrebbe segnato l’ottantesimo anniversario del 1946, un anno spartiacque per la Repubblica Italiana. Fu l’anno del suffragio universale e del primo voto espresso dalle donne, del referendum istituzionale tra monarchia e Repubblica e dell’elezione dell’Assemblea Costituente. Tra quei membri c’erano ventuno donne straordinarie: ognuna con la propria storia personale e politica, ma tutte animate da un profondo spirito di servizio e dalla consapevolezza di dover far pesare il proprio ruolo. Riuscirono a fare gruppo e massa critica all’interno di un’assemblea composta da oltre cinquecento uomini. A loro dobbiamo una Carta Costituzionale dotata di un’anima forte e antifascista, nata direttamente dalla lotta di Liberazione e dalla Resistenza, ricca di valori umani che il solo sguardo maschile dell’epoca non avrebbe saputo cogliere.

Qual è il messaggio più importante che questa mostra intende trasmettere alle giovani generazioni?
Il valore della partecipazione, del confronto — anche aspro — e della ricerca costante di un punto di incontro per cui battersi. Per i giovani la partecipazione è fondamentale: senza di essa diventa impossibile garantire il futuro, specialmente in un contesto interno e internazionale in cui i diritti civili e i valori costituzionali sono sotto attacco quotidiano. Assistiamo a dibattiti su conquiste che credevamo consolidate; questo significa che la guardia non va abbassata. Voi giovani dovete prendere in mano la situazione, perché siete, in tutto e per tutto, il nostro e il vostro futuro.
Julia Di Paolo












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