Nucleare in Italia: tabù del passato o energia del futuro?

Il nucleare sarà davvero la soluzione per risolvere i problemi energetici in Italia?

Era il 1987 quando l’Italia spegneva i suoi reattori, convinta di aver chiuso per sempre quel capitolo. Oggi, spinti dall’emergenza climatica e dai costi dell’energia, ci ritroviamo a riaprire esattamente quel cassetto.

Il nucleare sarà davvero la soluzione per risolvere i problemi energetici in Italia?

Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1946 fu creato un primo centro di ricerche nucleari applicate il Cise (Centro italiano studi ed esperienze) presso il Politecnico di Milano, visto il maggior fabbisogno di energia richiesto da parte del Paese, finanziato da un gruppo di imprese private (Edison, Fiat, Montecatini, Cogne, Pirelli e altre). Soltanto a partire dal 1955, con il programma “Atomi per la Pace”, voluto dal presidente USA Eisenhower, all’Italia in qualità di Paese ex nemico degli Stati Uniti venne concessa la possibilità di varare ufficialmente un programma nucleare, ma senza la possibilità di utilizzare uranio arricchito, quindi unicamente per le esigenze energetiche nazionali (la paura era che potesse essere usato per realizzare armamenti). Così, nel 1963, a Latina vide la luce il primo reattore, seguendo la tecnologica britannica Magnox che,  una volta ultimato il 12 maggio 1963, rappresentava l’esemplare più potente d’ Europa.  La produzione di energia elettrica iniziò il 1 giugno 1963 mentre l’arresto definitivo avvenne il 24 dicembre 1987. La seconda centrale nucleare italiana venne ultimata poco dopo quella di Latina. La zona scelta dove costruire quest’impianto fu quella di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta. Lungo il fiume Garigliano, da cui prese il nome. Furono diversi gli interventi onerosi di manutenzione, la centrale rimase attiva fino al 1978.

La centrale di Trino Vercellese, intitolata a Enrico Fermi, fu la terza a entrare in funzione. I lavori cominciarono nel 1961 e la centrale divenne operativa nel 1965. Una delle sue peculiarità era quella di essere alimentata con combustibile di produzione italiana. Fu fermata in seguito all’esito del referendum del 1987. Diversa per dimensioni e tecnologia, la centrale di Caorso , in provincia di Piacenza, sulla riva destra del Po fu l’unica commissionata direttamente dall’Enel, costruita tra il 1970 e il 1978 e avviata commercialmente nel 1981. Al momento del referendum, il nucleare rappresentava poco più del 4% della produzione nazionale di energia elettrica: non c’è mai stato un convinto mandato politico verso questa fonte di energia e la crisi del nucleare italiano era già palese anni prima del referendum. Esso fu l’esito di una serie di dinamiche, interne e internazionali, molto complesse.

Il disastro di Chernobyl ha avuto un impatto importante per quanto riguarda il referendum del 1987. E’ stato un evento globale che ha segnato uno spartiacque nella riflessione non soltanto sul nucleare, ma più in generale su certi elementi della modernità: il rischio industriale e l’importanza della tutela dell’ambiente, che è un valore che unisce le nazioni indipendenti. Si votò l’8 e 9 novembre 1987. L’affluenza superò il quorum attestandosi al 65,1%. Tutti e tre i quesiti videro una vittoria schiacciante del sì. Negli anni successivi, i governi disposero la chiusura definitiva o la riconversione delle quattro centrali italiane attive.

A partire dal 2008, il quarto Governo Berlusconi approvò un piano per reintrodurre il nucleare in Italia con reattori di nuova generazione, puntando a coprire il 25% del fabbisogno elettrico nazionale. Opposizioni e comitati risposero promuovendo un referendum abrogativo.

Nel marzo 2011, con il voto già fissato, il disastro giapponese di Fukushima riaccese il dibattito sulla sicurezza e la Corte Costituzionale rigettò il tentativo del Governo di rinviare la consultazione. Il 12 e 13 giugno 2011, grazie anche alla spinta dei referendum su acqua pubblica e legittimo impedimento, l’affluenza superò il quorum (54,8%) e il “Sì” stravinse con il 94,1% dei voti, bloccando definitivamente il ritorno al nucleare. Successivamente si decise di attuare il decommissioning delle centrali nucleari, affidato alla SOGIN (Società di gestione impianti nucleari), un ente pubblico creato nel 1999. Il decommissioning è un processo industriale molto lungo, e consiste nello smantellamento degli impianti nucleari, nell’opera di decontaminazione dei siti, nella rimozione, confinamento e messa in sicurezza dei materiali radioattivi.

Oggi, a distanza di anni da quelle votazioni e con un cantiere per lo smantellamento ancora aperto, il dibattito torna improvvisamente al punto di partenza. L’Italia si ritrova ad affrontare una crisi climatica ed energetica senza precedenti con le stesse domande del passato. Il Senato ha approvato in via definitiva mercoledì 23 settembre 2026, dopo il sì della Camera a giugno, il disegno di legge sul ritorno dell’energia nucleare sostenibile in Italia, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni. La legge non autorizza la costruzione di una specifica centrale e non individua oggi i territori nei quali saranno installati eventuali nuovi reattori. Delega invece il Governo ad adottare, entro dodici mesi dall’entrata in vigore, uno o più decreti legislativi destinati a ricostruire il quadro normativo necessario per la produzione e l’utilizzo dell’energia nucleare in Italia. La delega comprende la costruzione e l’esercizio degli impianti di nuova generazione, il ciclo del combustibile, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, il decommissioning, la ricerca sulla fusione e la riorganizzazione delle competenze in materia di sicurezza e controllo.

Il provvedimento dà al governo la delega per disciplinare la costruzione e la gestione di centrali, la produzione di idrogeno tramite energia nucleare e il trattamento del combustibile esaurito, oltre che la sicurezza delle operazioni, che sono completamente interrotte dal referendum del 1987.

Il ritorno al nucleare in Italia non può e non deve essere un nostalgico sguardo al passato, ma una scommessa sul futuro. Se l’Italia saprà gestire sicurezza, trasparenza con i cittadini e visione industriale, la scelta nucleare potrà diventare la chiave per garantire energia pulita, continua e a costi competitivi, inserendo il Paese da protagonista nella produzione di energia sostenibile.

Ester Farina