In questi giorni, si è sentito molto parlare dal caso di cronaca dei “Cornell 7”, che ha visto tristemente protagonista una giovane studentessa in una delle università d’élite degli Stati Uniti, la “Cornell University”.
La giovane, mossa da forza e coraggio, ha denunciato sette ragazzi che l’hanno drogata e stuprata per oltre sette ore di fila, mentre decine di persone assistevano in silenzio, leggendo messaggi di incitamento in chat senza intervenire. Questo drammatico evento ha messo in luce un problema sistemico e culturale che non è più possibile ignorare: non si tratta di singoli casi isolati, ma dell’estrema manifestazione di una totale assenza di educazione emotiva, affettiva e relazionale.
Da un punto di vista psicologico, certe dinamiche evidenziano verità inquietanti come la deindividualizzazione e la diffusione di responsabilità. Quando si è parte di un gruppo, come nelle chat di messaggistica, l’identità del singolo finisce per essere cancellata dal branco e la responsabilità morale si frammenta fino a scomparire. L’altro smette di essere visto come una persona dotata di un’anima e di una propria dignità, e diventa un oggetto da passare, un trofeo da esibire: la mente del carnefice viaggia su un binario di assoluto analfabetismo emotivo.
È importante sottolineare come la gravità dell’atto non risieda solo nelle azioni dei singoli aggressori, ma nel silenzio assordante della comunità che assiste e vive le vicende contemporaneamente. Dov’è finita la coscienza morale? Perché abbiamo smesso di essere umani?
Viviamo in una società che ha dimenticato di coltivare l’interiorità. Assistiamo alla nascita di non più uomini, ma di analfabeti del sentimento, giovani incapaci di porre un freno ai propri impulsi. Uno dei pilastri fondamentali di questa lotta per i diritti naturali, perché ciò che continua ad accadere sarà sempre contro natura finché mancherà un’azione pratica e concreta, deve essere l’educazione al rifiuto. Il rifiuto viene percepito come un attacco al proprio ego, un fallimento troppo pesante da gestire o sopportare. Educare i giovani affinché un “no” non sminuisca il valore di una persona, ma tracci il sacro confine della libertà altrui, che deve essere sempre tutelata, rappresenta la priorità assoluta.
Questo sistema disfunzionale deve essere sfidato, innanzitutto, nelle scuole: un luogo in cui non si trasmettono semplicemente conoscenze nozionistiche per prepararsi al futuro professionale, ma che deve anche essere una palestra di vita, in cui si praticano ogni giorno valori come la gentilezza, il rispetto di sé, degli altri e la tutela dell’ambiente. Questo percorso richiede una presa di coscienza collettiva, in particolare da parte della componente maschile. Affermare: «io non sono così» o «io non l’ho mai fatto» non è più giustificabile. È proprio l’indifferenza che alimenta i contesti in cui questi fenomeni proliferano: chi sceglie di non essere parte della soluzione, sceglie di continuare a far parte del problema.
Paola Lucia Di Laudo

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