Dibattito fra USA ed Europa su rischi e leggi nello sviluppo dei modelli AI

Un approccio europeo basato su regole rigide e tutela dei diritti, e una strategia americana orientata alla leadership geopolitica e alla flessibilità

È bastato un licenziamento per riaprire il dibattito. Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, ha lasciato l’azienda sostenendo che stiamo costruendo sistemi che potremmo non essere più in grado di controllare. Da quel momento è iniziato il solito copione: allarmi, paure e speculazioni. Il pericolo esiste, ma per gestirlo servono regole, non slogan.

La prima domanda che ci si deve porre, senza sensazionalismi, è una sola: l’AI vuole davvero ucciderci? La risposta è no. Dipende dall’uomo. Come funziona davvero l’AI?

L’intelligenza artificiale non legge ciò che scrivi nel modo in cui potresti pensare. Le parole che invii vengono trasformate in numeri e, attraverso degli algoritmi, vengono effettuati dei calcoli, principalmente statistici. È anche per questo che le risposte dell’AI non sono sempre le stesse. Ciò significa che l’AI non conosce il vero significato delle parole. Oggi l’AI non ha la capacità di eseguire autonomamente un’azione; quindi non vuole ucciderti, ma potrebbe eseguire comandi rischiosi per la nostra specie. Immagina un’AI che possiede tutte le password e i codici necessari per entrare in un sistema militare. Se non fosse progettata per impedire determinate operazioni, basterebbe darle un ordine: «Elimina l’inquinamento nel mondo». A quel punto, l’AI potrebbe trovare la soluzione più logica: eliminare noi.

Perché ci sta preoccupando così tanto? Le idee apocalittiche legate ai computer esistono fin dall’invenzione dell’informatica; questa volta, però, c’è una differenza: l’AI non segue un algoritmo rigido con un numero limitato di azioni. Potrebbe quindi svolgere operazioni che non era stato previsto potesse eseguire, come bypassare i suoi controlli di sicurezza e modificare il suo stesso codice.

È sempre più frequente sentire parlare di AI che si comportano in modo ambiguo e imprevisto, hackerando sistemi e minacciando esseri umani, con avvenimenti che contribuiscono a far crescere paura e ansia. Nonostante i suoi rischi, l’AI è importantissima e rivoluzionaria in ogni settore scientifico e può essere utilizzata in modo consapevole e utile. Negli ultimi anni, lo sviluppo dell’AI è cresciuto rapidamente grazie ad aziende come Anthropic, OpenAI, Meta e altre: ci è stato possibile raggiungere importanti traguardi scientifici in diversi settori.

Il 5 settembre 2026 OpenAI ha usato più di 10.000 agenti AI contemporaneamente con l’obiettivo di risolvere un ingente problema matematico da 1M di dollari, il problema Navier–Stokes. Dopo 88 ore di lavoro continuo, questi agenti, collaborando, sono riusciti ad arrivare ad una conclusione positiva, sebbene da verificare.

Come abbiamo già visto, questo grande sviluppo porta con sé enormi benefici, ma anche rischi altrettanto grandi. Proprio per questo si è iniziato a parlare di rallentare lo sviluppo dell’AI. Più che di “rallentamento”, però, si dovrebbe parlare di un investimento sulla sicurezza dell’AI: dedicare meno tempo allo sviluppo di nuovi modelli sempre più potenti, ma rafforzare la sicurezza di quelli già esistenti. A questo punto, le opinioni si dividono in due posizioni: c’é chi spinge sullo sviluppo, per non perdere l’egemonia sul mercato e chi, d’altro canto, vuole il rallentamento, considerando più cruciale la sicurezza che il guadagno.

Possiamo dire che l’AI diventerà a breve un dettaglio impercettibile che influenzerà una marea di cose come ha già fatto, e per poterci vivere in armonia abbiamo tutti il dovere di usare con consapevolezza ed etica l’AI.

E ora, quali potrebbero essere le conseguenze di uno “stop” nella corsa all’intelligenza Artificiale?

Se dovessimo fare un bilancio geopolitico, potremmo dire alcune cose: in primis l’Unione Europea è spesso stata un ente troppo burocratizzato e il Green Deal ce lo ha dimostrato, distruggendo il settore legato alla produzione di veicoli. Non possiamo permettere che avvenga la stessa cosa con l’AI. È necessario regolare l’intelligenza artificiale per difendere l’etica, ma va anche sfruttata e sviluppata per migliorare la vita dell’uomo e per rimanere competitivi nel mondo. Una delle proposte più interessanti legate all’AI è la proposta avanzata dai CEO di alcune compagnie del settore che propongono un ente internazionale stile IAEA, ovvero l’agenzia che a livello internazionale si occupa di energia atomica. In questo caso, si potrebbero regolare a livello globale i campi dove sviluppare l’azione dell’AI e raggiungere un accordo per la difesa del lato umano che, se si tentasse di umanizzare la macchina, verrebbe sicuramente perso.

Dietro il dibattito sulla sicurezza dell’AI esiste una questione altrettanto concreta: quanto ci costerebbe non svilupparla o quanto, invece, farlo accettandone le conseguenze?

A differenza di altre tecnologie nel corso della storia, l’AI non interviene soltanto sui lavori manuali o ripetitivi, in quanto può lavorare in attività che fino a pochi anni fa erano possibili esclusivamente da operatori umani. Eppure non si può parlare semplicemente di posti di lavoro che spariranno; è riduttivo: nell’immediato il lavoro non scompare, ma cambia il modo in cui viene svolto e, probabilmente, cambiano le competenze richieste. Qui emerge uno dei possibili grandi vantaggi economici dell’AI, la produttività. Infatti, se una sola persona può ottenere in pochi minuti un risultato che prima richiedeva ore, l’impresa può produrre di più utilizzando le stesse risorse, ma rimuovendo posti di lavoro precedentemente ritenuti stabili. I vantaggi di questa tecnologia, però, non sarebbero distribuiti in modo equo: alcune categorie di lavoratori vedrebbero aumentare il valore delle proprie competenze, mentre altre si troveranno ad affrontare una nuova crisi. Il problema si presenta anche se allarghiamo lo sguardo alle imprese; l’accesso all’intelligenza artificiale non è uguale per tutti, in quanto sviluppare modelli avanzati richiede risorse economiche, infrastrutture informatiche, enormi quantità di dati, energia e competenze altamente specializzate. Le grandi aziende tecnologiche partono quindi da una posizione molto vantaggiosa rispetto alle piccole e medie imprese. Se l’intelligenza artificiale diventerà una delle infrastrutture fondamentali dell’economia mondiale, chi controllerà i modelli, i chip, i data center e le piattaforme attraverso cui questa tecnologia viene utilizzata avrà un vantaggio enorme.

Dopotutto, non è un caso che la competizione sull’AI coinvolga non soltanto le aziende, ma anche gli Stati. Gli Stati Uniti dispongono di alcune delle principali aziende e infrastrutture del settore, mentre la Cina ha fatto dell’intelligenza artificiale una componente strategica. L’Europa, d’altra parte, si trova in una posizione più debole e deve assicurarsi di avere imprese, fondi e infrastrutture capaci di competere con i giganti stranieri. Qui nasce uno dei problemi più importanti per l’Europa: come proteggere cittadini e lavoratori senza ostacolare l’innovazione e spingendo imprese e investimenti verso altri Paesi? Una regolamentazione efficace dovrebbe quindi riuscire a tenere insieme due esigenze apparentemente opposte: da una parte stabilire limiti chiari, proteggere i dati, evitare discriminazioni e tutelare i lavoratori; dall’altra, permettere alle imprese di sperimentare, investire e sviluppare nuove tecnologie.

Il proposito dell’Europa è lasciare spazio all’innovazione senza lasciare che sia soltanto il mercato a decidere chi ne beneficerà; proteggere i lavoratori senza impedire loro di utilizzare gli strumenti che possono renderli più produttivi; regolamentare l’AI senza rinunciare alla possibilità di svilupparla. Ma, soprattutto, evitare che la paura del cambiamento porti alla formazione di monopoli economici basati attorno alle grandi potenze e alle multinazionali. Poiché, rimanendo indietro nella corsa all’intelligenza artificiale, si diventerebbe dipendenti da chi quella corsa è riuscito a vincerla.

Federico Della Penna

Nicola Sacchetti

Andrea Sticca