Vent’anni dopo, perché il mondo uccide ancora?

Il 10 ottobre si celebra la Giornata mondiale contro la pena di morte, un’ occasione per riflettere su una pratica ancora presente in diverse parti del mondo.

La giornata del 10 ottobre riunisce associazioni, cittadini, avvocati e istituzioni che chiedono l’abolizione della pena capitale in tutto il mondo. Nel 2026 e nel 2027 la campagna internazionale è dedicata alle storie delle persone coinvolte, per ricordare che dietro ogni condanna non c’è soltanto un numero, ma una persona, una famiglia e una vita.

Si potrebbe pensare che la pena di morte appartenga ormai al passato. In realtà non è così, secondo Amnesty International, nel 2025 sono state registrate almeno 2.707 esecuzioni in 17 paesi. Questa cifra non comprende le migliaia di esecuzioni che si ritiene siano avvenute in Cina, dove le informazioni sulla pena di morte sono considerate segreto di stato.

Tra i paesi con il maggior numero di esecuzioni compaiono Cina, Iran, Arabia Saudita, Yemen e Stati Uniti. Allo stesso tempo, però, la maggior parte degli Stati del mondo si sta muovendo nella direzione opposta: alla fine del 2025 erano 113 i Paesi che avevano abolito completamente la pena di morte e 145 quelli che l’avevano eliminata per legge o nella pratica.

Chi sostiene la pena di morte pensa che possa rappresentare una punizione adeguata per i crimini più gravi e che possa servire per spaventare e scoraggiare. Ma il problema è molto più complesso. Una condanna a morte è infatti irreversibile, se un tribunale commette un errore e successivamente viene scoperta l’innocenza della persona condannata, non è più possibile rimediare. Esistono inoltre forti differenze economiche e sociali: chi non può permettersi una buona difesa rischia spesso di essere maggiormente svantaggiato. Proprio per questo molte organizzazioni per i diritti umani considerano la pena capitale una violazione del diritto alla vita e della dignità della persona.

Uno degli aspetti più delicati della pena di morte riguarda gli errori giudiziari. Nessun sistema di giustizia è perfetto e può accadere che una persona venga condannata ingiustamente. Con una pena detentiva, un errore può essere corretto ; con la pena di morte, invece, una volta eseguita la condanna non è più possibile tornare indietro.

La pena di morte può davvero essere considerata una forma di giustizia?

La risposta a questa domanda non è molto semplice. Da una parte, chi la sostiene ritiene che per alcuni crimini particolarmente gravi sia necessaria una punizione molto severa. Dall’altra, la pena capitale elimina definitivamente ogni possibilità di recupero e non permette di rimediare ad un eventuale errore giudiziario. Per questo il dibattito non riguarda soltanto la punizione di chi ha commesso un reato, ma anche il significato stesso della giustizia e i limiti che uno Stato dovrebbe rispettare.

Il tema della pena di morte continua ancora oggi a far discutere perché mette a confronto due esigenze importanti: punire chi commette reati molto gravi e, allo stesso tempo, rispettare i diritti fondamentali della persona.

È proprio per questo che il 10 ottobre rappresenta un momento importante di riflessione sul significato della giustizia e sul valore della vita.

“L’oscurità non può scacciare l’oscurità: solo la luce può farlo” .

Con queste parole, Martin Luther King ricorda che il modo in cui una società reagisce alla violenza dice molto sui valori che sceglie di difendere. Ed è proprio qui che emerge la domanda più difficile: “fino a che punto una società può difendere i propri valori senza tradirli?”.

Greta Bonaventura