Il 7 marzo 2026, gli studenti del Polo Liceale Mattioli di Vasto hanno preso parte a un’escursione didattica nel Parco Naturale Majella, a Guardiagrele, storico epicentro del brigantaggio post-unitario.
La giornata è stata arricchita dalla presenza di storici locali che hanno illustrato ai partecipanti le vicende e le caratteristiche di quel periodo turbolento, offrendo un approfondimento sulla difficile fase di consolidamento dell’Italia unificata.
Esistono due visioni contrapposte sull’origine del brigantaggio nel Regno di Napoli: da un lato, la teoria che lo attribuisce a una reazione dei borbonici scontenti alla conquista piemontese, come tentativo di resistere alla nuova dominazione; dall’altro, quella che lo interpreta come una risposta spontanea alle precarie condizioni di vita e povertà dilagante tra la popolazione meridionale.

Foto di Teresa Sacchetti
Prima della formazione dello Stato italiano, Giuseppe Bonaparte aveva confiscato i feudi degli ordini monastici, promettendo ai contadini la redistribuzione di quei territori. Molti di loro si erano illusi di poter ottenere una piccola proprietà agricola: tuttavia, i terreni più fertili furono acquistati dai latifondisti, mentre quelli montuosi e rocciosi, difficili da coltivare, finirono nelle mani della povera gente. Queste ingiustizie sociali alimentarono il malcontento e le ribellioni, portando alcuni contadini a prendere le armi.
Spesso emarginati e privi di mezzi, sono proprio queste persone a essere etichettate come briganti.
Il brigantaggio fu ufficialmente debellato tra il 1865 e il 1870. Si trattò di un episodio particolarmente cruento, sebbene di breve durata. La mancanza di un vero e proprio capo riconoscibile e la natura anarchica delle bande brigantesche resero il fenomeno meno organizzato e più facile da sradicare. Il governo borbonico, invece di contrastare efficacemente la rivolta, aprì le porte delle carceri, liberando malviventi e assassini con il chiaro intento di ostacolare la politica dei Savoia. Nel corso degli anni, i gruppi di briganti si divisero e uno dopo l’altro furono sconfitti: alcuni uccisi, altri condannati ai lavori forzati.
Il brigantaggio inizialmente ottenne il sostegno della popolazione locale, che vedeva gli uomini coinvolti come dei salvatori. Tuttavia, con il tempo, si rese evidente che i loro reali interessi erano esclusivamente orientati al profitto economico e alla sopravvivenza estrema.

Guardiagrele. Foto di Teresa Sacchetti
A Guardiagrele c’era uno dei capi della banda della Majella, Domenico di Sciascio. Uno degli esperti ha letto quanto riportato negli opuscoli conservati a Chieti, i quali contengono informazioni riguardo le caratteristiche fisiche di tale brigante, le dichiarazioni, le testimonianze, tutto ciò che è utile per comprendere meglio questo fenomeno. Per esempio ha condiviso la testimonianza di un contadino: i briganti hanno ucciso le 3 morre che lui e i suoi compagni pascolavano: “988 pecore nel giro di mezzora, non con i colpi di fucile, ma con le baionette, perché le munizioni costano troppo. Hanno anche ucciso tre agnelli, che si sono poi mangiati. Tutto questo massacro perché i nostri padroni non hanno inviato i soldi richiesti”. Un quadro inquietante di violenza e prepotenza, che aiuta a comprendere meglio il fenomeno dei briganti in zona.
Ancora oggi sul territorio rimangono tracce tangibili dei briganti: nella grotta della Rifora, luogo della morte di Di Sciascio, e sul Monte Blockhaus (casa di pietra, di blocco), chiamato così per le sue casermette militari utilizzate nella lotta al brigantaggio. Si conserva ancora oggi il basamento di pietra, utile per controllare il Monte Cavallo, dove i briganti transitavano.
Durante il suo intervento, la guida ha ripercorso le origini di Guardiagrele, illustrando come in passato sorgeva un castello con struttura triangolare, dotato di tre torri ai vertici, noto come Castello di Grele. Sotto questa fortificazione si sviluppava il nucleo abitato di Grele. Con la nascita della Guardia, una postazione militare di vedetta, i due nomi si sono fusi, dando origine all’attuale toponimo di Guardiagrele.

Fara San Martino – Sorgente del Verde
Dopo il pranzo, il gruppo si è spostato a Fara San Martino, immerso nel verde e con una vista mozzafiato. La tappa principale è stata la Sorgente del Verde, così chiamata per la sua particolare colorazione. La guida ha illustrato il carattere carsico delle rocce della Majella e il percorso dell’acqua che scorre all’interno della montagna. Dai bacini sgorga un flusso di circa 3.000 litri al secondo, di cui il 50% viene captato dalle aziende locali De Cecco e Del Verde, leader nella produzione di pasta e alimenti tipici, per alimentare i loro impianti idroelettrici. Il resto dell’acqua, invece, rientra nel ciclo domestico, arrivando nelle case degli abitanti del luogo.

Foto di Teresa Sacchetti
Guidati dall’ esperto, il gruppo ha visitato un opificio storicamente legato al passaggio del fiume, dove si trova ancora una vecchia gualchiera, un macchinario tradizionale usato per la follatura dei tessuti. L’itinerario ha permesso di approfondire il mondo dei briganti, molti dei quali indossavano abiti in lana realizzati con le cosiddette “stoffe di lana”. In particolare, in Abruzzo si produceva la rinomata coperta chiamata “taranta”, la cui grande diffusione e valore commerciale attirava frequentemente i briganti, che approfittavano di questa produzione per compiere rapine e razzie.
Carlotta Russi
Foto di Teresa Sacchetti











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