Il Battiato svelato a Vasto d’Autore: tra barzellette in siciliano e l’umanità segreta del genio

La musica non è che un ricamo sottile sul silenzio, il tentativo terrestre di ricordare all'anima la sua vera patria d'origine

Sotto il cielo estivo del 5 luglio, i giardini di Palazzo d’Avalos a Vasto si sono trasformati in un anfiteatro dell’invisibile, un porto sospeso dove il tempo ha smesso di scorrere per farsi pura verticalità. Inserito nella cornice del festival “Vasto d’Autore”, l’incontro con Giorgio Calcara attorno alla figura di Franco Battiato non è stato una semplice rievocazione biografica, bensì un autentico atto di pacificazione spirituale. Mentre nel cielo della sera Venere si accendeva come una feritoia luminosa, la platea si è lasciata attraversare da una commozione sorgiva, un istante sospeso in cui il ricordo ha smesso di graffiare per farsi pura e trasparente gratitudine. Calcara non ha semplicemente raccontato un amico; ha aperto una feritoia luminosa su un uomo che ha fatto della propria esistenza un laboratorio di ricerca interiore, dimostrando che la profondità più autentica non abita nell’isolamento del guru, ma nella carne viva delle relazioni umane.

​Il vero miracolo filosofico della serata è risieduto proprio nello scardinamento del mito del Battiato “distaccato asceta”, restituendoci invece il ritratto di un’umanità vibrante, ironica e squisitamente terrena. Attraverso il racconto di Calcara, abbiamo scoperto un Battiato capace di ridere di gusto, di sfidare i grandi della letteratura a poker vincendo libri, e di portarsi dietro, fino alla maturità, la grazia fanciullesca di chi nascondeva alla madre un naso rotto a tredici anni su un palo della porta da calcio. Le sue fulminanti battute – come la celebre barzelletta sul calcio nell’aldilà o l’irresistibile accostamento di un vino Bordeaux offerto a un monaco tibetano in Nepal insieme a Susy Blady – hanno dimostrato come l’alto e il basso, il sacro e il profano, respirassero in lui con la medesima naturalezza. Questa capacità di abitare le contraddizioni con il sorriso è la dimostrazione più pura che la spiritualità non è una rigida ascesi, ma una forma superiore di intelligenza poetica che sa trovare il divino anche nel battito di una risata.

La commozione più profonda, quella che ha bagnato gli sguardi della platea lasciando un silenzio carico di reverenza, ha toccato le corde della beneficenza silenziosa e creaturale. Calcara ha svelato il retroscena del leggendario concerto di Baghdad degli anni Novanta: un evento che per molti è rimasto un fatto di cronaca musicale, ma che per Battiato si è tradotto nel salvataggio disperato e segreto di dieci bambini iracheni disabili, portati in Italia a sue spese e curati lontano dai riflettori predatori dei media.

In questo gesto si condensa la verità più nuda del suo capolavoro, La Cura: non un semplice canto d’amore terreno, ma un manifesto di responsabilità cosmica, il giuramento solenne di proteggere l’altro dalle ingiustizie e dai dolori dei suoi fallimenti.

​La scrittura e la musica di Battiato cessano così di essere oggetti di consumo culturale e si rivelano per ciò che sono sempre state: uno strumento di democrazia spirituale, capace di offrire a chiunque le parole per nominare il proprio caos interiore e guarirlo attraverso l’empatia.

Accanto all’emozione pura, la serata ha esplorato le radici intellettuali di un sodalizio unico. Calcara ha rievocato la genesi del suo soprannome, “Il Druido”, nato quando un giovane Battiato, affascinato dalla sua tesi di laurea sulla metafisica di René Guénon – in cui il cinghiale rappresentava l’autorità spirituale e l’orsa il potere temporale –, assorbì quelle intuizioni per dare vita a L’era del cinghiale bianco. È stato un momento di altissimo scavo filosofico, in cui i giardini di Palazzo d’Avalos sono diventati una radura dell’anima dove i profumi di Milo – il gelsomino notturno che lottava con l’odore aspro dei fiori di kiwi sotto il pergolato di Villa Grazia – sembravano materializzarsi nell’aria di Vasto.

Ricordando la straordinaria tripletta del 1981, quando Battiato conquistò contemporaneamente Sanremo con Alice, i teatri con Milva e le spiagge con Giuni Russo, Calcara ha mostrato come il genio non abbia bisogno di nicchie d’élite, ma possa colonizzare lo sguardo del mondo intero parlando contemporaneamente al cuore di un intellettuale e a quello di un passante.

​Alla fine, il cerchio poetico della serata si è chiuso lasciando in ognuno dei presenti la consapevolezza che curare la memoria di un artista significa, in fondo, prendersi cura del proprio domani. Battiato ci ha insegnato che non siamo monadi isolate nel rumore del mondo, ma “una sola moltitudine” che aspetta solo di essere accordata. Scendendo idealmente dal palco per abbracciare le fragilità di ognuno, l’intervento di Calcara ci ha ricordato che la ferita dell’assenza può trasformarsi in un varco di luce straordinario, a patto di avere il coraggio di guardarsi dentro senza la fretta del giudizio, cercando quell’alba interiore che l’imbrunire del tempo non potrà mai spegnere.

​”E ti vengo a cercare, perché la ferita del mondo si cura solo imparando di nuovo a camminare sulle frequenze dell’invisibile.”

Julia Di Paolo