Una radura dell’anima per il domani: intervista a Giorgio Calcara nel cuore segreto di Franco Battiato

Ci sono anime che non attraversano il mondo per occupare uno spazio, ma per aprire feritoie attraverso cui la luce possa finalmente ricordarsi di noi

Poco prima che la pietra antica dei giardini di Palazzo d’Avalos venisse accesa dalle luci della sera per la quinta edizione del “Vasto d’Autore Festival”, l’intervista con Giorgio Calcara attorno alla figura di Franco Battiato ha assunto il tono di una conversazione intima che ha riportato l’artista al centro dell’ascolto. Questo incontro, avvenuto a ridosso dell’evento del 5 luglio, si è configurato fin da subito non come una canonica ricostruzione biografica, ma come un autentico atto politico ed esistenziale: il tentativo radicale di sottrarre il genio al consumo della nostalgia per restituirlo alla sua verità più nuda. Accostarsi all’universo del Maestro significa accettare la vertigine di essere «una sola moltitudine», un incrocio fecondo dove la pittura, il cinema, la saggistica e la musica non sono territori distanti, ma filamenti invisibili di un unico disegno spirituale. Attraverso le parole di Calcara, la figura di Battiato si è spogliata di ogni freddo intellettualismo per farsi specchio dell’umano, un invito calmo ad abitare le proprie contraddizioni con leggerezza.

La vera spinta filosofica del dialogo è risieduta nell’esplorazione di quell’architettura etica e interiore che sosteneva l’esistere del Maestro, fondata su tre pilastri tanto immensi quanto quotidiani: Amore, Verità e Giustizia. Calcara ha tratteggiato queste coordinate non come rigidi schemi morali, bensì come una bussola quotidiana dell’anima, una pratica costante di ascolto e di discernimento interiore. È esattamente qui che la celebre intuizione dell’«alba dentro l’imbrunire» smette di essere un semplice frammento lirico per rivelarsi una feritoia etica: la necessità assoluta di custodire la propria luce interna proprio laddove il tempo e il rumore del mondo esterno tendono a imporre l’oscurità o il torpore della fretta. Guardarsi dentro, in questa visione, diventa uno strumento di democrazia spirituale, un modo per riconoscere che le nostre incrinature comuni non sono condanne all’isolamento, ma ferite fertili da cui ripartire insieme.

Questo cammino di continua ricerca ha trovato la sua spietata e luminosa espressione nella metamorfosi musicale che ha segnato la produzione di Battiato negli anni Novanta, una stagione artistica rievocata da Calcara con una profondità che ci ha profondamente emozionato. L’analisi si è fatta carne e commozione ripercorrendo una splendida e dolente trilogia discografica capace di scarnificare il reale. Si parte dalla rivoluzione elettrica e quasi violenta di Gommalacca, in cui i ritmi spezzati e le distorsioni digitali fotografavano lo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte alla modernità; si attraversa poi la sacra nudità di Fleurs, un porto silenzioso dove l’interpretazione si spoglia di ogni orpello per farsi pura cura, tenerezza e ponte verso l’altro; fino a toccare lo struggimento escatologico di Torneremo ancora, l’ultimo, sublime congedo in cui la voce si fa filamento trasparente teso verso l’infinito. La canzone cessa così di essere un mero oggetto di intrattenimento per rivelarsi uno strumento di pacificazione, capace di offrire a chiunque le parole per nominare il proprio caos interiore.

La vertigine più autentica dell’intervento si è compiuta tuttavia nella sua proiezione verso il futuro, quando il pensiero di Calcara si è teso verso la generazione dei più giovani, scuotendo l’ascoltatore dal torpore dell’indifferenza. Di fronte al solipsismo e all’isolamento che spesso si nascondono dietro gli schermi digitali, il messaggio ereditato da Battiato risuona come un richiamo vibrante alla dimensione comunitaria e alla bellezza dell’incontro reale. Una necessità spiegata attraverso la magnifica metafora dell’albero: un ciclo perfetto in cui il passato rappresenta le radici profonde che nutrono il legno, il presente è il tronco solido che abita il mondo, e il futuro si converte nella fioritura spontanea che darà il frutto. Non può esserci un domani fecondo senza questo legame viscerale con la propria memoria. E il culmine emotivo della conversazione, quel momento in cui il cuore si è stretto in un silenzio carico di reverenza, ha toccato proprio la natura del Maestro: il ricordo intimo di un uomo che cercava un contatto fisico e spirituale con la Terra, arrivando ad abbracciare i tronchi degli alberi per mettersi in ascolto delle frequenze invisibili e delle vibrazioni segrete del Creato.

Questa intervista si chiude lasciandoci la certezza che curare la transizione tra il passato e il presente significa, in fondo, prendersi cura del domani. Battiato, attraverso il racconto di Calcara, scende idealmente da ogni piedistallo per ricordarci che l’unica vera pacificazione possibile passa attraverso la cura del dolore altrui e l’accettazione della nostra splendida imperfezione. Resta nell’aria di Vasto la sensazione che la sua assenza sia solo un altro modo per essere presente, un invito a non smettere mai di cercare la luce nel buio, fino all’ultimo dei nostri giorni.

La ferita del mondo si cura solo imparando di nuovo a camminare sul filo sottile che unisce la terra all’assoluto.

                   Julia Di Paolo