«Ci sono voci che non cercano di vincere il tempo, ma di restituirgli la grazia del perdono e la luce della speranza.»
Sotto il cielo estivo dei giardini di Palazzo d’Avalos a Vasto, l’atmosfera della quinta edizione del Vasto d’Autore Festival si è trasformata in una radura dell’anima, uno spazio silenzioso e fecondo in cui la memoria individuale ha smesso di essere un ricordo privato per farsi specchio della condizione umana.

Nel cinquantesimo appuntamento dello spettacolo scritto e interpretato da Walter Veltroni, accompagnato dalle note fluide del pianista e ingegnere Gabriele Rossi, la parola si è spogliata di ogni orpello per farsi carne, carezza e custodia della fragilità.
L’evento, promosso con passione dalla direttrice artistica Patrizia Angelozzi e accolto dalla comunità vastese, non si è configurato come una semplice rievocazione nostalgica del passato, ma come un autentico invito ad imparare a cercare la bellezza e la consapevolezza laddove la storia e il quotidiano rischiano di imporre il loro peso.
Al centro di questo scavo interiore si colloca la ferita originaria dell’autore: il padre, Vittorio Veltroni — primo e brillante direttore del Telegiornale Rai nel 1954 —, scompare prematuramente quando Walter ha soltanto un anno, lasciando dietro di sé una «famiglia bambina» immersa nell’assenza. È dentro questo vuoto che la scrittura e il ricordo diventano un tentativo profondo di fondare la presenza. Tocca le corde più intime dell’emozione l’immagine di un bambino che, infastidito dalla ruvidezza della parola “orfano”, cerca il contatto con il padre invisibile tra le mura di casa: toglie il cellophane dagli abiti custoditi nell’armadio, li stende sul pavimento e vi si sdraia sopra, infilando le braccia nelle maniche della giacca per simulare la forma di un abbraccio mai ricevuto.

Accanto a questo dolore privato, affiora la memoria del nonno Špider Kornik, diplomatico sloveno denunciato durante il fascismo per cinquemila lire e torturato nelle carceri di Via Tasso. Le sue parole scritte dalla prigionia — «oggi è un male anche il non respirare» — elevano la libertà a vero e unico ossigeno dell’anima, un’eredità morale che trova il suo riscatto nella dignità serena e mai vittimistica di una madre capace di proteggere i propri figli insegnando loro il valore dell’allegria.
Attraverso l’intreccio armonioso tra il racconto e le note al pianoforte, la narrazione si allarga alla ricostruzione di un’Italia che, riemergendo dalle rovine della guerra e della dittatura, riscopre il valore sacro della conoscenza e dello stare insieme.
Gli anni Sessanta non vengono raccontati come un’epoca sfrenata, ma come un’esplosione di energia pulita e di speranza, un momento in cui la società sceglie di studiare anziché credere e obbedire ciecamente. È l’Italia mite del Maestro Alberto Manzi che con Non è mai troppo tardi insegna a leggere e scrivere ai contadini e agli operai davanti ai primi schermi televisivi, la leggerezza liberatoria e ironica di Alberto Sordi che aiuta un popolo a superare l’angoscia della memoria, la freschezza rivoluzionaria delle canzoni dei Beatles, e lo sguardo aperto verso il cosmo del primo volo spaziale di Gagarin. Ma è soprattutto l’Italia che si riscatta grazie al gesto coraggioso di Franca Viola, la ragazza di soli quindici anni che nel 1965 pronuncia un semplice, immenso “NO” al matrimonio riparatore, spezzando secoli di sopraffazione patriarcale e donando a ogni donna un nuovo orizzonte di dignità.

La vera vertigine filosofica della serata si compie tuttavia nella riflessione sul senso profondo del raccontare, rievocando la celebre pagina letteraria di Jorge Luis Borges e del suo Funes el memorioso. Ricordare ogni singolo e minuscolo dettaglio della realtà non significa necessariamente pensare; la vera comprensione nasce dalla capacità di superare la frammentazione per condensare il senso e la ragione dell’esperienza. In un’epoca segnata dal rumore visivo, dalla solitudine degli schermi e dalla feroce immediatezza dei giudizi digitali, la narrazione profonda si rivela come una fondamentale riserva di ossigeno civile e un atto di profonda generosità verso l’altro.
Le ombre che hanno spezzato la grande stagione dei sogni collettivi — dagli spari che hanno tolto la vita a Martin Luther King e Robert Kennedy fino al buio di Piazza Fontana — ci ricordano che la democrazia e la speranza non sono conquiste immobili, ma varchi fragili da difendere quotidianamente dall’incubo dell’indifferenza.

Nell’alambicco di pietra di Palazzo d’Avalos, l’intervento di Walter Veltroni lascia la consapevolezza che la nostalgia non deve mai farsi ripiegamento, ma responsabilità e cura per il futuro. Non dobbiamo aver paura del nostro tempo, ma imparare ad abitarlo con mente e cuore aperti, opponendo la gentilezza al cinismo e il dubbio fecondo alle certezze preconfezionate. Perché la luce degli anni Sessanta, quell’energia pulita che spingeva a immaginare ciò che ancora non era, non è consegnata al passato, ma resta una promessa che attende solo la nostra sensibilità per tornare a fiorire.
Julia Di Paolo















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