Quest’anno ricorre il 70° anniversario della frana di Vasto, evento avvenuto il 22 febbraio 1956, che ha interessato una porzione importante del centro storico della città abruzzese.
Per l’occasione, il Polo Liceale Mattioli di Vasto ha partecipato a una giornata di studio organizzata dall’AIGAA (Associazione Italiana di Geologia Applicata) assieme al Comune di Vasto e all’Ordine dei Geologi della Regione Abruzzo e Molise, dal titolo: “La Città di Vasto: un esempio di resilienza ai rischi geo-idrologici”.
L’evento si è aperto con l’intervento del professor Nicola Sciarra, dell’Università di Chieti-Pescara, che si è concentrato sulle frane di Vasto e, più in generale, sul contesto del medio Adriatico.
Il professore ha introdotto il tema delle frane come un elemento ricorrente nel tratto di mare che va da Pesaro fino al Gargano, seppur con caratteristiche diverse: i due principali tipi di frana descritti sono i crolli, concentrati sulle coste rocciose delle Marche e del Gargano, e gli scorrimenti, concentrati sul tratto abruzzese e molisano a causa di un terreno più argilloso, proprio come quelle di Vasto e Petacciato.
Delle frane di Vasto si ha notizia già dal Quattrocento, con i primi scoscendimenti intorno al 1440, fenomeni poi intensificatisi nel Settecento. Il 1° aprile 1816 si verificò un primo sprofondamento a valle di gran parte del costone orientale, nella zona della Loggia Ambling. I cedimenti proseguirono per tutto il secolo, tanto che nel 1845 si decise di costruire il Muro delle Lame, progettato per convogliare a mare le acque sotterranee.
A seguito di ulteriori cedimenti e dell’evacuazione della popolazione dall’area, il 22 febbraio 1956 una consistente frana fece crollare una grossa porzione del Muro delle Lame. Nel 2015 si è assistito all’ultimo crollo di rilevante dimensione.
L’evento del 1956 ha particolarmente segnato la popolazione della città: pur non avendo causato vittime, poiché la zona era stata evacuata già nel 1955, la frana costò a Vasto un pezzo importante della sua identità, con la perdita della chiesa di San Pietro, motivo d’orgoglio per i vastesi.
La chiesa fu in realtà solo parzialmente toccata dal cedimento, ma il Comune decise comunque di abbatterla, malgrado l’opposizione dei cittadini e del parroco. Ad oggi, della struttura originaria restano solo il portale d’ingresso e una delle quattro campane del campanile.
Gli studiosi sottolineano come questi eventi, oltre a essere ciclici nelle varie ere geologiche, siano spesso “conseguenza” di fenomeni atmosferici particolari, caratterizzati da piogge o nevicate abbondanti e prolungate.
Un esempio emblematico è proprio il 1816: l’anno precedente era eruttato il vulcano Tambora, la cui nube di cenere aveva oscurato il sole a livello globale, causando un calo delle temperature medie e un aumento delle precipitazioni in tutta Europa — il celebre “Anno Senza Estate”. In modo simile, il 1956 fu l’anno più freddo del secolo in Italia. Il meccanismo è legato alla natura del terreno: essendo di tipo argilloso, quindi impermeabile, il terreno franato è scivolato verso il mare, causando oltre a ciò un innalzamento del fondale argilloso nella zona.
Nei decenni successivi sono stati realizzati diversi interventi di consolidamento. Dal 2005, ad esempio, sono state costruite palificate di calcestruzzo poroso e zone di terreno armato su tutto il costone orientale, accompagnate dal rimodernamento di alcuni condotti di scolo realizzati subito dopo la frana del ’56.
La prevenzione resta l’unico strumento efficace per evitare che eventi geo-idrologici come quelli che riguardano il nostro territorio si trasformino in tragedie. Vasto rimane un esempio virtuoso di resilienza, ma c’è ancora molto da fare.
Matteo Marletta
Foto di Nicole Valentini e Rebecca Frasca










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