La frana di Vasto nel contesto medio Adriatico

Intervista al Professore Nicola Sciarra

A settant’anni dalla frana che ha segnato la storia di Vasto, la comunità scientifica torna a confrontarsi sulla resilienza del territorio ai rischi geo-idrologici. Tra i relatori del convegno ospitato a Palazzo d’Avalos c’è anche il professor Nicola Sciarra, geologo e docente dell’Università di Chieti, che abbiamo intercettato subito dopo la sua relazione sul contesto medio-Adriatico.

​L’incontro avviene nella Pinacoteca del Palazzo, a pochi passi dal dipinto tratto in salvo dalla chiesa prima dell’abbattimento causato dal dissesto del ’56. Tra la luce del mattino e l’interesse per domande inaspettate, il professor Sciarra mostra da subito l’autorevolezza del grande esperto unita a un entusiasmo sincero. Mantenendo uno sguardo vivace, ci guida in una discesa tecnica ma accessibile dentro la geologia delle frane adriatiche.

​Professore, nel descrivere la frana di Vasto all’interno della fascia medio-adriatica, quali analogie e peculiarità riscontra rispetto ad altri dissesti costieri e regionali alla luce di eventi meteoclimatici sempre più estremi? Dobbiamo aspettarci un’accelerazione di questi fenomeni lungo la costa?

Per quanto riguarda un’eventuale accelerazione, bisogna attendere gli eventi meteorologici: se ci sarà un’accelerazione, significherà che il clima sta cambiando a favore di precipitazioni sempre più intense. Di contesti analoghi a quello vastese ne abbiamo moltissimi lungo la fascia adriatica: penso ad Ancona, Petacciato, Fossa Cesia o Torino di Sangro. Sono tutti casi molto simili a quelli storici accaduti a Vasto a partire dal 1816. Fortunatamente, oggi tutti questi fenomeni sono sotto stretta osservazione, monitoraggio e controllo: anche laddove si dovessero riattivare, gli spostamenti verrebbero intercettati in tempo e non porteranno mai ai disastri del passato.

​Oggi la geologia applicata sfrutta strumenti innovativi come i dati satellitari Sentinel, il Digital Twin e il machine learning. Qual è il margine reale di prevenzione precoce per dissesti complessi come quello di Vasto rispetto al passato?

I sistemi satellitari sono eccellenti per la fase di pianificazione, ma non possono ancora essere usati come strumenti di allerta o allarme rapido. Il satellite passa una volta al mese, e tra l’acquisizione del dato, la sua trasmissione e l’interpretazione trascorre del tempo. Per avere allerte immediate ci affidiamo a strumentazioni installate direttamente sul posto: sistemi estensimetrici, inclinometrici di profondità o stazioni automatiche che ci avvisano nell’esatto momento in cui il fenomeno si muove. È su questi dati in tempo reale che basiamo la protezione civile e i sistemi di allarme.

​Spesso la gestione del rischio idrogeologico si scontra con lo sviluppo urbanistico e la presenza di infrastrutture storiche. Come possono le amministrazioni locali coniugare la tutela delle aree fragili con le esigenze del territorio?

Innanzitutto le amministrazioni devono fare un’analisi reale della pericolosità del proprio territorio e prendere atto che sulle aree a rischio deve valere un divieto assoluto di edificabilità. In quelle zone non si dovrebbe più costruire e nemmeno ristrutturare; nei casi più critici gli edifici andrebbero evacuati. È chiaro che non si può delocalizzare mezza Italia, ma è fondamentale individuare gli elementi di massima vulnerabilità e iniziare a lavorare sulle strutture pubbliche, perimetrando bene le aree a rischio e programmando delocalizzazioni progressive.

​Quanto è fondamentale la sinergia tra ricerca accademica, enti locali e Protezione Civile per mettere in sicurezza il territorio?

È un fattore strategico. Come Università “d’Annunzio” lavoriamo costantemente in convenzione con i comuni e le province che ce lo chiedono. Mettiamo a disposizione la ricerca scientifica per elaborare modelli interpretabili e operativi, che le amministrazioni possono poi applicare per salvaguardare la cittadinanza. L’università è pienamente integrata in questo processo.

​Nel contesto del litorale adriatico, quanto la presenza di grandi vie di comunicazione influenza o altera l’equilibrio di versanti già vulnerabili?

Le grandi infrastrutture costiere sono state realizzate nell’Ottocento, quando le conoscenze geologiche non erano avanzate come quelle odierne. Un po’ come avveniva per le costruzioni in zona sismica, si è edificato dove risultava più comodo dal punto di vista logistico, ma i punti più comodi non sempre coincidono con quelli più stabili. La linea ferroviaria nella zona tra Ortona, Vasto e Fossa Cesia richiede interventi continui e in alcuni tratti è stata persino arretrata. Ci tengo però a precisare un aspetto fondamentale: non è l’infrastruttura che causa la frana, è la frana che causa la rottura dell’infrastruttura.

​Con il passare delle generazioni la percezione del rischio tende a sfumare. Quanto è importante mantenere viva la memoria geologica di un territorio?

La geologia è la storia della Terra. C’è la grande geologia storica, ma c’è anche la nostra geologia applicata, che ci indica dove la natura presenta delle criticità territoriali. Ricordare il passato ci permette di comprendere il presente, ma soprattutto deve servirci da guida per pianificare le scelte del futuro in modo consapevole.

​Quale consiglio darebbe agli studenti e ai giovani ricercatori che intendono specializzarsi nella mitigazione dei rischi naturali? Quali competenze saranno indispensabili?

L’università offre percorsi come i dottorati di ricerca, che permettono ai giovani laureati di sviluppare per tre anni progetti dedicati con fondi specifici. Il consiglio che do è di sviluppare una forte interdisciplinarietà: il geologo del futuro non può limitarsi alla sola geologia, ma deve padroneggiare competenze trasversali che vanno dall’idrologia alla climatologia, fino all’agronomia e alla biologia.

                   Julia Di Paolo