Settembre è il mese internazionale della prevenzione al suicidio e la promozione della salute mentale; il messaggio che trasmette è quello di “Chiedere aiuto”, un gesto non scontato.
Perché dobbiamo parlarne?
Spesso sottovalutiamo la salute mentale, non dandole la giusta importanza, poiché spesso viene celata da chi la prova, rendendone più difficile la comprensione, a differenza della sofferenza fisica, ad oggi ancora ritenuta più importante. Per giunta, da molti il disagio psicologico è visto come un segno di fragilità rendendo ancora più complicato chiedere aiuto.
I social amplificano tutto… ma possono anche aiutare?
I social sono uno specchio dell’irrealtà. In molti casi accrescono il malessere mostrandoci solo il meglio degli altri, che porta a un confronto automatico tra la nostra vita e ciò che si vuole mostrare sugli schemi, facendo sì che da dentro di noi fuoriesca un senso di inadeguatezza. Chi naviga sui social spesso non si cura di chi ha di fronte e non esita a lasciare commenti negativi sotto i video o nelle storie, senza rendersi conto di quanto le proprie parole possano influire sulla persona che le riceve. Sui social si ricerca spesso anche l’approvazione degli altri, finendo per attribuire un peso eccessivo al giudizio altrui e a ciò che le persone pensano di noi.
Durante il mese di settembre, però, i social diventano un megafono per la prevenzione: creator che raccontano le loro esperienze, community che condividono hashtag per dire che “non si è mai da soli”, persone che, in ogni modo, regalano sostegno a chi ne ha bisogno. I social hanno permesso di normalizzare la richiesta di aiuto, una richiesta che nell’epoca digitale non è del tutto scontata.
Noi come possiamo aiutare?
Chi sta attraversando un momento difficile tende spesso a chiudersi in se stesso. È importante, però, non sminuire mai i suoi sentimenti: esserci, ascoltare e offrire il proprio sostegno sono gesti tutt’altro che banali. Negli ultimi anni la società ha sviluppato una maggiore sensibilità nei confronti di chi vive un “dolore invisibile”, anche se la strada da percorrere è ancora lunga. Per questo, contribuire a creare una rete di ascolto e sostegno è una responsabilità che riguarda ciascuno di noi.
Sara Di Giacomo

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