Il 29 ottobre si è celebrata la Giornata Mondiale dell’Ictus (World Stroke Day), un giorno importante che mira a far luce su una patologia che, in Italia, rappresenta la terza causa di morte e la prima causa assoluta di invalidità.
Ogni anno nel nostro Paese si registrano circa 100.000-200.000 nuovi casi, e oltre un milione di persone convive con gli effetti invalidanti della malattia. Con lo slogan globale “Every M1nute Counts” (“ogni minuto conta”), la campagna di quest’anno lancia un importante messaggio di prevenzione: l’ictus si può prevenire e, se arriva, si può vincere, se si agisce subito.
Gli esperti stimano che fino al 90% degli episodi sia legato a fattori di rischio modificabili, sui quali ognuno di noi può intervenire quotidianamente, come l’alimentazione e il movimento, limitando il consumo di sale e di grassi saturi, praticando attività fisica, abbandonando l’utilizzo di sigarette e riducendo drasticamente gli alcolici.
Un fattore di rischio molto importante è l’ipertensione arteriosa, per questo motivo è molto importante monitorare la pressione regolarmente per monitorare i vasi cerebrali. Inoltre è fondamentale diagnosticare e curare tempestivamente patologie come diabete o malattie cardiache.
Ma come si riconoscono i sintomi di un ictus? Quando l’afflusso di sangue al cervello si interrompe, ogni secondo è importante. Riconoscere i segnali d’allarme permette di fare la differenza tra una guarigione completa e una disabilità permanente. L’acronimo “FAST”, coniato dalla comunità scientifica, ci permette di ricordare facilmente i principali sintomi in caso di emergenza. La lettera F sta per viso (Face), che indica la comparsa di un’improvvisa asimmetria facciale, che si riscontra soprattutto con la deviazione della bocca da un lato. Successivamente, la lettera A sta per braccia (Arms), segno che identifica un deficit motorio per cui, se si tenta di sollevare entrambi gli arti, uno dei due tende a cedere e a cadere verso il basso. La lettera S sta per linguaggio (Speech), che presenta una difficoltà improvvisa nell’articolare le parole o una totale incapacità di comprendere e produrre un discorso di senso compiuto. Infine, la lettera T sta per tempo (Time), il fattore più critico che impone, anche se si nota un solo sintomo, l’obbligo di non attendere e di chiamare immediatamente il 112.
Ogni minuto che passa senza sangue, il cervello perde circa due milioni di neuroni. Per questo motivo, di fronte ai sintomi, l’errore più grande è aspettare “per vedere se passa” o cercare di gestire la situazione da soli.
I medici hanno a disposizione pochissimo tempo per intervenire: il momento ideale è entro le prime 4-5 ore dall’inizio dei sintomi. Questo periodo viene chiamato “finestra terapeutica”. Se il paziente arriva in ospedale in tempo, i medici del reparto specializzato possono usare farmaci specifici per sciogliere il coagulo di sangue che blocca l’arteria o, entro le 6 ore, rimuoverlo chirurgicamente con un piccolo intervento.
I tempi di ripresa variano molto da persona a persona e dipendono dalla gravità del danno cerebrale. I miglioramenti più importanti si ottengono solitamente nei primi tre-sei mesi dopo l’ictus, un periodo in cui il cervello ha una grandissima capacità di riorganizzarsi e reagire, motivo per cui la riabilitazione deve iniziare subito in ospedale. Tra i sei mesi e il primo anno il recupero prosegue a un ritmo più lento, concentrandosi sul riprendere fluidità nei movimenti, nella parola e nei piccoli gesti di ogni giorno. Anche dopo il primo anno i progressi non si fermano, ma richiedono più tempo, pazienza e un impegno costante con la fisioterapia per mantenere e migliorare i risultati raggiunti.
Questa Giornata Mondiale ci ricorda che la velocità è tutto: non aspettare che i sintomi passino da soli, perché in questa corsa contro il tempo anche un solo minuto può fare tutta la differenza del mondo.
Elvia Manes

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