La natura sotto le bombe: le conseguenze della guerra per l’ambiente

Il 6 novembre si celebra la Giornata internazionale delle Nazioni Unite per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra o conflitto.

Quando si parla di guerra, l’attenzione si concentra inevitabilmente sulle vittime, sulle città distrutte e sulle conseguenze economiche e sociali. Tuttavia, anche la natura subisce danni importanti. Quella del 6 novembre è una ricorrenza che accende i riflettori su un crimine spesso sottovalutato: dalle foreste rase al suolo ai corsi d’acqua contaminati, dai suoli devastati alle risorse naturali compromesse, l’ambiente non è soltanto lo scenario dei combattimenti, ma nella maggior parte delle guerre diventa esso stesso un bersaglio.

Quali sono i danni principali per l’ecosistema?

La decisione dell’Assemblea Generale dell’ONU di formalizzare questa giornata nasce dalla consapevolezza che le guerre moderne possiedono una capacità distruttiva senza precedenti, in grado di alterare gli ecosistemi in modo drastico e talvolta irreversibile. Secondo le stime riportate dalle Nazioni Unite, le guerre contribuiscono in modo significativo alle emissioni globali di gas serra, infatti uno studio citato dall’ONU attribuisce ai conflitti armati circa il 5,5% delle emissioni mondiali; a questo si aggiungono i consumi energetici delle operazioni militari e le emissioni provocate dalla distruzione di infrastrutture e dall’incendio di impianti industriali.

L’uso massiccio di mezzi militari sul campo è un primo fattore di inquinamento non di poco conto: ad esempio, un carro armato T-80 emette più di 10 chilogrammi di CO2 per chilometro, mentre per automobili da città l’emissione di CO2 si attesta intorno a 100 grammi per chilometro.

La guerra tra Russia e Ucraina rappresenta un esempio emblematico di questo problema: gli attacchi da entrambe le parti alle infrastrutture energetiche, ai depositi petroliferi e agli impianti industriali hanno provocato incendi, emissioni di sostanze tossiche e contaminazioni dell’aria, dei suoli e delle risorse idriche senza precedenti.

Dal febbraio 2022 bombardamenti, incendi e combattimenti hanno interessato vaste aree naturali e agricole, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) ha documentato rischi di contaminazione dei terreni e delle risorse idriche, oltre ai danni provocati dagli incendi boschivi e dalla presenza di ordigni inesplosi.

Uno dei casi più notevoli riguarda gli incendi che hanno interessato alcuni grandi centri logistici di Wildberries, una delle principali piattaforme russe di commercio elettronico, le conseguenze non si sono limitate alla distruzione delle merci e degli edifici. All’interno dei magazzini erano conservati milioni di prodotti di diverso tipo, tra cui abbigliamento, materiali plastici, dispositivi elettronici, cosmetici e prodotti chimici per uso domestico; la combustione di materiali così differenti può liberare nell’atmosfera grandi quantità di particolato, fuliggine, monossido di carbonio, ossidi di azoto e composti organici volatili.

Un altro caso significativo è quello del Kuwait durante la Guerra del Golfo del 1990-1991, quando durante la ritirata, le truppe irachene incendiarono oltre 700 pozzi petroliferi, provocando incendi che liberarono nell’atmosfera enormi quantità di sostanze altamente inquinanti. Il petrolio contaminò inoltre vaste porzioni del deserto, raggiungendo anche le falde acquifere, secondo la Commissione delle Nazioni Unite per il risarcimento, oltre 800 miglia di costa e circa 114 chilometri quadrati di territorio desertico furono gravemente danneggiati dai cosiddetti “laghi di petrolio.”

Questo avvenimento dimostra come l’ambiente non sia soltanto lo sfondo dei combattimenti, ma a volte può trasformarsi in una vera e propria arma tattica o subire contaminazioni sistematiche, con conseguenze destinate a protrarsi ben oltre la fine delle ostilità.

La giornata del 6 novembre invita quindi a considerare un lato della guerra che spesso rimane in secondo piano, quando i riflettori dei media si spengono e gli accordi di pace vengono finalmente firmati, per la natura il conflitto è tutt’altro che concluso; infatti i residui chimici degli ordigni continuano a contaminare i terreni, i metalli pesanti possono penetrare nelle falde acquifere e le mine rappresentano ancora una minaccia per le popolazioni e per le generazioni future.

Proteggere l’ambiente nei teatri di conflitto è dunque una condizione necessaria a ricordare che una pace autentica non si costruisce soltanto sulle macerie delle città, ma anche attraverso il recupero e la tutela degli ecosistemi.

Emanuele Molino